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"Le Ceramiche"

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Il lido anni Trenta

Immagini di una citta' che non c'e' piu' ....

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Cagliari ..un tuffo nel passato

 

 

Cagliari ha avuto sempre un rapporto contraddittorio e conflittuale con il suo mare. Da esso traeva fonte di guadagno e di crescita culturale attraverso gli scambi commerciali; ma da esso arrivavano anche i conquistatori e i predatori, succedutisi numerosi durante il corso dei secoli. Dai Punici ai Romani, dai Vandali ai Pisani, dagli Spagnoli ai Piemontesi è stato un continuo brulicare di genti e colori diversi, di usi e costumi più e meno lontani, di una "contaminatio" prolifica, ma a volte dolorosa, che ha consegnato al cagliaritano moderno (e a tutti i sardi) le sue doti di tolleranza, di apertura verso "l'altro", di comprensione delle ragioni altrui, ma anche il pessimismo e una sorta di cinico adattamento al presente, quel "vivere alla giornata", in attesa del prossimo conquistatore, che lo ha reso fatalista e godereccio..

Il mare, dicevo.

Dal mare arrivò, sul finire del 1792, ennesimo attacco all'isola, l'assalto dei rivoluzionari francesi. Ma questa volta  i cagliaritani ebbero la forza di respingere l'invasore impedendo la caduta dell'isola nelle mani dell'Ammiraglio Truguet, comandante supremo della flotta transalpina.

Di quell'impresa, Giuseppe Mazzini scriveva ("Sardegna" in "Opere", Vol. XIII, Roma, 1884): "la Sardegna scrisse nel 1792 e nel 1793, una delle più gloriose pagine della nostra storia: pagine di fedeltà e di aborrimento magnanimo contro lo straniero, che serbò l'Isola all'Italia".

Non so se sia veramente così  (nel senso che una grande mano d'aiuto venne data dallo scirocco), né se abbiano fatto bene i nostri progenitori a ributtare a mare i francesi (non è che spagnoli e piemontesi abbiano lasciato un buon ricordo); sta di fatto che i mesi che vanno dal dicembre 1792 al febbraio 1793 passarono alla Storia come uno dei più alti esempi di lotta per l'indipendenza e la libertà. Il Lamarmora, ad esempio, scrisse nel suo "Itinerario dell'Isola di Sardegna" (traduzione di P. Marica, 1917, Vol. I, pag.50) che i Sardi furono "il solo popolo che in tutta l'Europa non fu assoggettato alle armate repubblicane o imperiali francesi".

Intorno al mese di settembre dell'anno 1792, i francesi della giovane Repubblica decisero di impadronirsi della Sardegna, dopo aver conquistato facilmente la regione del Nizzardo e della Savoia.

Nessuno si aspettava un simile attacco e la città non era pronta, tantopiù se si considera il fatto che a Cagliari continuavano a ribollire i sentimenti antipiemontesi. A fine dicembre la flotta francese occupò l'Isola di San Pietro e subito dopo quella di Sant'Antioco; i presidi isolani si ritirarono sulla terraferma a difesa del Sulcis. L'Ammiraglio Truguet diede seguito al piano di invasione e diresse la flotta verso il golfo di Cagliari, dove giunse il 23 gennaio 1793. I cagliaritani fecero benedire le batterie costiere, comprese quelle, in primo piano, del piccolo e allora recente molo intitolato a Sant'Efisio, e si disposero per la difesa. Ciò che li sorreggeva era il forte sentimento religioso unito alla convinzione, sapientemente inculcata dai vescovi isolani, che i rivoluzionari francesi  fossero anticristiani. Padre Tommaso Napoli, testimone oculare degli avvenumenti, racconta così il bombardamento spaventoso subìto da  Cagliari il giorno 28 gennaio 1793: “…Spuntato il 28 si videro schierare in battaglia sette navi di linea e due fregate bombardiere, tutte con bandiere rosse; e circa le ore otto della stessa mattina, dopo che la comandante tirò un colpo di cannone a palla, cominciarono tutte a un tempo un fuoco dei più vivi e terribili, sparando, senza interruzione, bombe, granate e palle di vario calibro; delle quali moltissime di 40 e 48 libbre sarde di peso, piombarono sulle case di Castello e parecchie di dette palle arrivarono sino alla torre di San Pancrazio, descrivendo una parabola a guisa di bombe…”

Questo spaventevole fuoco, che facea tremare il suolo, le case e le finestre non solo di Cagliari, ma anche dei villaggi siti a quattro e più miglia di distanza, e che fu sentito a 40 e più miglia lungi da Cagliari, durò così vivo sino a due ore pomeridiane.

Le batteria della Piazza tiravano lentamente al tempo di quel gran fuoco essendo tempestata da un diluvio di bombe, palle e granate. Perciò, stimandole i nemici abbandonate spedirono verso le 10 di mattina tre grosse lancie cariche di armati verso il Molo, e sospesero per pochi minuti il fuoco; ma alla metà del cammino, o che si accorgessero essere le batterie e fortini in buon stato; o che fosse loro fatto segno da qualche parziale, come si sopettò, esse voltarono le prue e ne ritornarono indietro perseguitate a colpi di cannone dai nostri fortini, che le danneggiarono non poco, secondo che parve. Cessato, come si disse, alle due pom. Il fuoco delle navi, si avviò quello della Piazza, e tutte le batterie cominciarono a bersagliare con furiose cannonate e gran parte con palle infuocate le più vicine navi, principalmente la Comandante, che colpite da circa 30 palle infuocate si credette prendesse fuoco; e sparsesi voce che andava a fondo, poiché fu vista barcollare, e poi posta alquanto alla banda fu da molte lancie rimorchiata fuor di tiro.

Altre palle colpirono altri vascelli, e si seppe da prigionieri che molte palle, principalmente le infuocate, fecero loro molto danno e uccisero non poca gente…"

 

L'attacco francese alla citta' visto dalla Torre di S. Pancrazio

 

Nel seguito della testimonianza, Padre Tommaso Napoli certifica i danni subiti dalla città: 5 morti, dieci case seriamente danneggiate, 3 casupole diroccate, un magazzino colpito sotto il bastione di S.Remy, qualche buco fatto nei tetti, un migliaio di vetri infranti, qualche balcone spezzato e alcune barche affondate alla Darsena: 30 o al massimo 40 mila scudi sardi di danni.

I Francesi, azzarda il redattore di "Le carte Geografiche della Sardegna", credevano di causare molti più danni e pensavano che avrebbero distrutto, con quel popò di bombardamento, almeno due terzi della città, costringendo gli abitanti al terrore e alla fuga. "Ma restarono delusi - continua il Padre - e delusi in modo da restarne storditi essi e meravigliato il mondo intero, ed io non lo avrei creduto se non lo avessi veduto coi propri occhi."

Il comandante della flotta francese cercò di intimorire comunque gli abitanti e i difensori con proclami e manifesti invitanti alla resa e dopo l'arrivo, presso Capo Pula, della Divisione Navale del Vice Ammiraglio Latouche-Treville con le truppe da sbarco, decisero di attaccare Cagliari da terra e il 14 febbraio posero piede sulla spiaggia di Quartu e sulla baia di Calamosca, mentre dal mare riprendeva il bombardamento della città.

Oltre 5000 francesi sbarcarono a Quartu, molti di meno a Sant'Elia. I primi furono fronteggiati dalle truppe di Antonio Pisano di Bari e furono costretti ad indietreggiare; i secondi vennero dispersi nella notte del 15 dai miliziani di Girolamo Pitzolo. Le altre truppe francesi, sbarcate e accampate lungo il Margine Rosso, furono colte di sorpresa e, spaventate, finirono per spararsi a vicenda.

Ma il colpo decisivo arrivò dall'alleato per eccellenza dei sardi: sua Maestà il vento. Leggiamo ancora Padre Tommaso Napoli:

"…Detto vento (Scirocco) rinforzò tanto sull'imbrunire (del giorno 17 febbraio), che divenne burrascoso, accompagnato da lampi e tuoni e da una furiosissima pioggia, e non calmò che dopo la mezza notte, alla una incirca della mattina del dì 18, e fece più danno alla flotta e convoglio francese, di quello che avrebbero potuto fare tutte le nostre batterie principalmente nella spiaggia o Golfo di Quarto, ove sferrò e gettò sul lido due tartane, che furono trovate rovesciate; una polacca e 30 scialuppe: obbligò le due fregate bombardiere a tagliar tutti i loro alberi, onde restarono smantellate, e il resto del convoglio restò sommamente danneggiato, e non lo furono meno le navi e trasporti ancorati nel nostro porto, in cui una delle più grosse navi, che nella mattina del giorno 16 avea fatto un fuoco  un fuoco terribile contro la Piazza, fu in procinto di restar arenata, e perdette il timone. Altre perdettero ancore, gomene ecc. Ma sopra tutto, sarà riuscito doloroso al nemico che il Leopardo (un grosso vascello da bombardamento, con i suoi 74 cannoni), a dispetto di tutte le ancore, e di tutti gli sforzi dell'arte nautica, spinto dalla forza del vento verso la spiaggia della Scaffa, restasse talmente incagliato che, per quanti sforzi ed arte abbiano in più giorni adoperato i Francesi, non potè loro riuscire di tirarlo fuori: onde, dopo averne estratto i cannoni e quanti attrezzi poterono gli attaccorono il fuoco la notte del 25 venendo il 26, che in una notte bruciò tutta la porzione che era fuori dell'acqua…"

La spedizione francese ebbe appena il tempo di lasciare le acque di Cagliari tra il 22 e il 26 febbraio 1793. Una parte della flotta rientrò in Francia, l'altra si rifugiò nel Golfo di Palmas dove fu costretta alla resa dalle navi spagnole.

Il Comandante delle truppe sarde, il capitano Domenico Millelire, fu insignito della prima medaglia d'oro al valor militare del Regno di Sardegna.

Ma la gente di Cagliari, le popolazioni sarde, il Clero e le Autorità civili attribuirono all'intercessione di Sant'Efisio la clamorosa vittoria, e il Municipio Cagliaritano decise di portare annualmente la statua del santo dalla chiesa di Stampace alla Cattedrale, ogni lunedì di Pasqua.

Mi piace concludere questo breve saggio con le parole dello storico francese Esperandieu  che coì termina la sua monografia sulla sfortunata impresa di Truguet e compagni:

"L'expedition en Sardaigne finit ainsi par un desastre (Expedition en Sardaigne et campagne de Corse, Paris, Lavanzelle, 1895)"

 

 

 

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