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"Le Ceramiche"

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Cagliari ..un tuffo nel passato

 

 

Gennaio 1787. In un paese del Campidano, nelle immediate vicinanze di Cagliari, alcuni ballerini improvvisavano una danza sarda. Un passatempo piuttosto comune e che rimarrebbe del tutto anonimo se tra gli spettatori, oltre ad una schiera di pettoruti ufficiali sabaudi, non ci fossero gli ambasciatori marocchini Sidi Abudalaris Fenise, principe di Saleh, e Sidi Falchi Abdul Kadich, principe di Yesa'. Di ritorno da una missione diplomatica a Costantinopoli, avevano ritenuto d'interrompere il lungo viaggio di ritorno verso la loro patria, facendo tappa nel porto di Cagliari.

L'episodio non avrebbe altro significato che quello di una ghiotta curiosita' se, proprio in quegli anni, la Sardegna non si trovasse al centro delle continue incursioni sferrate contro di essa dai pirati barbareschi provenienti dall'Africa Settentrionale.

Tutto comincia l'8 novembre 1786 quando nel golfo di Cagliari compare una nave di Ragusa (Dalmazia) comandata dal capitano Elia Savinovich che, volendo attraccare, chiese di essere ammessa in quarantena in quanto proveniente dal Vicino Oriente dov'era in atto un'epidemia contagiosa. A rigore la si dovrebbe respingere, poiche' la richiesta si presenta ingiustificata visto che la nave si presenta in buono stato e non difetta di viveri, ma viene accettata dal Consiglio di sanita' sotto la presidenza del vicere' don Angelo Maria Solaro della Moretta in segno d'omaggio al Re del Marocco. A convincere il vicere' e' stata l'ipotesi, vagamente ma abilmente ventilata dagli ambasciatori, circa la possibilita' d'una mediazione del loro Sovrano finalizzata a favorire il riscatto degli schiavi sardi in mano alle potenze barbaresche. Gli ospiti vengono condotti al lazzareto di S. Elia per il previsto periodo di quarantena. Scesi dalla scialuppa, gli ambasciatori sono accolti da un picchetto di sei soldati e un caporale che, agli ordini del luogotenente della compagnia leggera Porcile, presentano le armi; dal canto loro, raggiunti gli appartamenti esprimono il proprio gradimento e ringraziano per le delicatezze.

Le sentinelle, dislocate all'esterno, hanno l'ordine di segnalare tutti i movimenti sospetti ed anche l'avvistamento di un gatto bianco che <<in un salto>> riesce ad introdursi nel lazzareto li mette in allarme, tant'e' che la vigilanza viene rinforzata con altri due commilitoni. Fortunatamente, il caporale e i soldati piu' anziani assicurano <<che questi gatti sogliono trafficare in questi luoghi, ma sono salvatici, e credono anche di essere conigli>>. La vicenda dei gatti e' piuttosto esilarante ma ci da l'idea delle cautele adottate. In seguito lo stesso vicere' si reca a visitarli, trattandoli con grande cordialita' e mettendosi a loro disposizione. A scanso d'equivoci Solaro della Moretta ha, pero', provveduto ad informarsi per bene, non solo sulla loro identita', ma anche sulle condizioni economiche e sul rango da essi rivestito nella gerarchia del governo marocchino. A fornirgli le precisazioni e' stato un cagliaritano che ha trascorso un periodo di schiavitu' in Marocco. Il vicere' si tranquillizza e, per fare una buona impressione sugli ospiti, decide di liberare due giovani barbareschi presedentemente catturati dai Sardi durante una delle tante spedizioni di alleggerimento compiute contro i mussulmani all'insegna del <<dente per dente>>.

Gli ambasciatori, dopo la quarantena, vengono accolti nel palazzo viceregio, presentati alle autorita' locali ed intrattenuti dai notabili con <<continue partite a scacchi, gioco che ambidue possedono>> e con puntate in paesi del Campidano, dove cavalcano, pranzano e presenziano a balli sardi che li diverte un mondo.

 

 

Intanto il vicere', con i suoi minuziosi dispacci, informa la Corte di quanto sta avvenendo a Cagliari e giunge addirittura a descrivere il carattere degli ospiti, definendoli <<d'umore ilare e di buona eta', pero' di genio ritirato, parchi e rigorosissimi osservatori della loro legge>>; oltre a <<dimostrare sempre la piu' colta civilta'>>, nonostante uno di essi non si sia mai mosso dall'Africa ed il collega abbia fatto solo due viaggi a Costantinopoli.

Dal canto loro, Sidi Abudalaris Fenise e Sidi Falchi Abdul Kadich cercano di sdebitarsi inviando al vicere' ed alle altre autorita' vari regali tra cui una pelle di tigre, tappeti e, soprattutto, caffe' che possiedono in abbondanza. Per un momento ci si dimentica che gli ospiti sono pur sempre mussulmani, vale a dire rappresentanti di quella razza cui la Sardegna addebita un'interminabile catena di soprusi.

La bella favola si conclude il 17 gennaio 1788 con il reimbarco, ma, una volta al largo, la nave di capitan Savinovich si trova in difficolta' a causa del mare grosso ed e' costretto a rifugiarsi nel porto di Carloforte e da allora per circa quattro mesi degli ambasciatori non si sa piu' nulla.

Poi, nell'aprile successivo, un capitano raguseo riferisce di un loro ritorno in patria non proprio tranquillo, essendo incorsi nell'ira del loro Re per aver contravvenuto all'etichetta nella corte di Costantinopoli: il piu' giovane si sarebbe arrogato un diritto di precedenza nei confronti del collega. Avendo l'informatore ventilato l'ipotesi di una condanna a morte, la promessa intermediazione per la faccenda degli schiavi isolani cadra' inevitabilmente nel vuoto. Il vicere' e le autorita' locali mandano un sospirio di sollievo allorche' giungono notizie che smentiscono in toto quanto appreso precedentemente, tuttavia le aspettative vengono deluse in parte quando comprendono che le richieste promesse vengono esaudite solo in parte, molto probabilmente il Sovrano del Marocco non poteva fare di piu' visti i suoi rapporti con le Reggenze molto freddi. La questione si chiudera' solo dopo il 1815 con la firma di accordi tra il Regno di Sardegna e gli Stati barbareschi. La venuta del principe di Yesa' e del principe Saleh rappresento' un apporccio importante lungo una strada che, poco alla volta, avrebbe condotto i popoli mediterranei a convivere pacificamente.

 

 

 

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