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"Le Ceramiche"

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Vecchie immagini di Cagliari

Immagini di una citta' che non c'e' piu' ....

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Cagliari ..un tuffo nel passato

 

 

A Sanluri, nella chiesa parrocchiale, si conserva un grande dipinto seicentesco di soggetto religioso che presenta in basso un piccolo riquadro dove e' raffigurato il paese in un momento sicuramente tragico della sua storia. In mancanza di notizie certe, ci piace credere che si tratti della rappresentazione della grande pestilenza che a meta' dei Seicento infieri' in tutta l'isola e tocco' anche Sanluri.

Lo storico Bruno Anatra diversi anni fa in un bel saggio, intitolato suggestivamente " i fasti della morte barocca in Sardegna", ha ricostruito i percorsi dell'epidemia, dal momento del suo radicamento ad Alghero fino allo spegnimento degli ultimi focolai nel 1657.

Oggi noi sappiamo che la peste era una malattia propria dei topi e che soltanto accidentalmente colpiva l'uomo, quando questi veniva punto dalle pulci  e dai pidocchi parassiti dei roditori infetti. Attraverso questo canale sconosciuto alla medicina del tempo, la peste si trasmetteva anche da uomo a uomo: e' facile  comprendere come l'estensione delle zone infette e la virulenza del morbo fossero totalmente condizionate dalle circostanze igieniche scarsissime Nella credenza collettiva la peste era ritenuta una forza sovrumana, misteriosa ed incontrastabile, un castigo che soltanto la divita' poteva revocare. Non per niente le due maggiori processioni religiose della Sardegna, S. Efisio a cagliari ed I Candelieri a Sassari, hanno una relazione precisa con i voti fatti dai fedeli in tempo di peste.

Nella sua preziosa cronaca delle vicende seicentesche della Sardegna il padre Giorgio Aleo ci da' conferma di queste credenze allocrhe' descrive alcuni fenomeni inspigabili per la cultura del tempo. L'epidemia fu preseduta nel maggio del 1652 da un'invasione di cavallette, che oscurava il cielo e ricopriva interamente la terra, e che fu accolta come ira y castigo de Dios . Nel luglio 1652 ancora un altro fenomeno terrorizzo' i Cagliaritani. Una grande sfera incandescente si schianto' sul campanile del convento di S. Antonio di Padova, trasformandosi in fuoco e provocando un tuono che fece tremare tutta la citta'.

Alghero, a quei tempi lo scalo piu' importante dell'isola dopo Cagliari, fu ancora una volta il primo luogo vulnerato dalla peste, a dimostrazione della facilita' con cui il bacillo viaggiava con i topi nelle stive delle navi e con i pidocchi sul corpo dei marinai. Nell'aprile, da una tartana carica di merci proveniente da Tarragona (in Catalogna allora infuriava la peste) parti' il "contagio". Favorita dalle pessime condizioni igieniche della citta', l'epidemia si diffuse con una rapidita' straordinaria, decimando in pochi giorni la popolazione. Con altrettanta eccezzionale velocita' dilago' nel maggio a Sassari e nei paesi circovicini dove erano fuggiti alle prime avvisaglie del male alcuni algheresi. Alghero rimase pressoche' spopolata (in cinquanta giorni erano morte piu' di settemila persone), mentre a Sassari mori' in 15-20 giorni un terzo degli abitanti. Enrico Costa c'informa di una lettera della municipalita' al vicere' da cui risulta che i sassaresi deceduti furono dai 23 ai 24 mila. Nella citta' sarebbero sopravvissute soltanto 5200 persone.

L'anno dopo, quando la peste sembrava ormai cessata, le autorita' madrilene pensarono al ripopolamento di Sassari ed Alghero che si trovavano in gravissimo stato di prostrazione economica. Furono invitati Genovesi e sudditi spagnoli dei regni di Napoli, di Sicilia e dello Stato di Milano a stabilirsi nelle due citta' sarde, previa concessione di opportune franchigie sulle case e le terre rimaste abbandonate.

L'altra grande direttrice del cammino della peste era rivolta verso sud dell'isola, verso Cagliari. La citta' assediata dalla peste che ormai imperversava nel suo Campidano, tentava di difendersi con misure ancora piu' rigide e grandiose. Mille cavalieri, al comando di Juan Bautista Perez commissario generale dell'artiglieria del regno, furono preposti alla stretta sorveglianza del perimetro murato.

 

 Frontespizio dell'opuscolo sulla peste del Dr. Juan Nunez de Castro

 

Tutte le porte e gli accessi secondari dalla campagna vennero inerosabilmente chiusi con palizzate di legno ed allo stesso tempo fu costruito, per l'ingente somma di 70 mila scudi, un enorme muro di fango e paglia allo scopo di isolare la citta'. Le misure si allentarono quando superiori esigenze politiche e fiscali imposero al vicere' l'obbligo di convocare gli Stamenti per votare il donativo al re e la necessita' di rendere elastici i vincoli al commercio. Cosi' la peste colpi' anche Cagliari, furono adibiti ad ospedali e lazzareti, dopo aver trasferito altrove i religiosi, i conventi dei padri carmelitani, di Bonaria e dei cappuccini. Tuttavia, mentre le autorita' negavano l'evidenza, il commercio nel porto continuava regolarmente. Massicce esportazioni di grano si effettuarono in quell'anno di buon raccolto. E col grano si esporto' anche la peste a Napoli, e poi a Roma, a Genova e in altre citta'.

Col passare del tempo, la mortalita' ando' crescendo in misura impressionante, dal 30 aprile al 7 maggio nel solo lazzareto erano morti 114 dei 127 nuovi ricoverati. La situazione peggioro' ancora a maggio e giugno quando si registrarono in media 200 decessi al giorno. Ai primi di giugno, scrive l'Aleo, i becchini non riuscivano piu' a seppellire i cadaveri. I morti del Castello venivano sotterrati nel baluardo di S. Pancrazio e in un'antica cisterna posta sopra il convento dei cappuccini; quelli di Stampace nei pressi del convento del Carmine; quelli di Villanova e della Marina in diversi pozzi, ma specialmente in uno enorme adiacente il convento di Bonaria. In luglio la situazione fece registrare un sensibile miglioramento; ad agosto si verificarono solo sei decessi ed a settembre i Consiglieri di Cagliari potevano comunicare al Magistrato della Sanita' della Repubblica di Genova che la peste era completamente cessata. A quel momento risultavano morte circa 8000 persone (secondo i Consiglieri erano invece da dieci a dodici mila). La quarantena della citta' e il divieto di commerciare per mare durarono fino a dicembre quando il porto fu riabilitato ai traffici mercantili. I cagliaritani ringraziarono il loro protettore S. Efisio che li aveva liberati dalla peste, portando solennemente in processione la sua statua fino all'antica chiesa del suo martirio a Nora. La vita della citta' riprese a pulsare normalmente. Almeno fino alla carestia o alla pestilenza successiva.

 

 

 

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