| Nascosto
in una tomba assiste impotente alla profanazione
della sua chiesa. Terrorizzato, sente
rimbombare sulla testa il frastuono dell'orda
sacrilega che, paga del bottino recuperato
nel luogo sacro, si riversa nelle viuzze
della cittadina per continuare la razzia,
dandogli l'opportunità di darsela a gambe,
raggiungere la campagna e mettersi in salvo.
Protagonista di questo episodio, raccontato
in maniera drammatica ed un tantino romanzata
dallo storico Giuseppe Manno, è il parroco
di Carloforte, Pietro Pintus, uno degli
scampati all'assalto subito, la notte tra
il 2 ed il 3 settembre 1798, dal paese dell'isola
di S. Pietro ad opera dei corsari tunisini
che catturarono circa la metà della popolazione.L'attacco
di sorpresa e nelle ore notturne, insieme
alla tecnica dell'avvicinamento pacifico
sotto falsa bandiera, rientrava nei canoni
tradizionali della pirateria barbaresca.
Sorprendono, invece, l'inadeguatezza
e l'inefficienza dell'apparato difensivo
e di allarme affidato, in buona misura,
all'iniziativa degli abitanti ai quali si
deve anche l'istituzione di una ronda notturna.
Più volte il consiglio comunitativo
di Carloforte ha chiesto, ma invano, il
potenziamento del sistema di difesa con
la costruzione di nuove torri e di fortificazioni.
La popolazione vive, infatti, nel
terrore di nuove aggressioni, memore di
quelle subite fino al 1741 nell'isola di
Tabarca da cui proviene e che ha dovuto
abbandonare perché troppo esposta alle incursioni
dei barbareschi della vicina costa nord-africana.
Fin da quando ha avuto inizio la colonizzazione
defl'isola di S. Pietro, nel 1738, la paura
non è mai venuta meno, visto che le navi
barbaresche continuano ad incrociare minacciosamente
in quei mari, attendendo l'occasione propizia
per sferrare l'offensiva. Quanto si
temeva accade e la popolazione ne subisce
tutte le conseguenze.Sugli antefatti della
grande incursione contro Carloforte si conoscono
anche alcuni particolari che, in attesa
di essere confermati dalle fonti, contribuiscono
ad avvolgere di mistero l'avvenimento. Secondo
la tradizione orale, la notizia dei preparativi
fatti a Tunisi sarebbe pervenuta ad un certo
Giuseppe Parodo attraverso le confidenze
di una favorita del bey; ma nessuno gli
avrebbe prestato credito. Il Manno,
invece, attribuisce l'organizzazione dell'attacco
ad un marinaio originario dell'isola di
Capraia ed in volontario esilio a Tunisi
che, per vendicarsi del tradimento della
moglie carlofortina, avrebbe convinto i
nuovi compagni di fede a finanziarie 1’impresa
da cui, data la sua conoscenza dei luoghi,
era logico attendersi un sicuro bottino,
soprattutto di schiavi.
Ma
sarà mai esistito questo marinaio assetato
di vendetta? La cosa non ha molta importanza
in sè e per sè. Ne’ serve cercare spiegazioni
a giustificazione dell'incursione. La pirateria
nel Mediterraneo, non solo da parte dei
barbareschi del Nord-Africa ma anche degli
Stati europei, ha radici remote che si perdono
nella notte dei tempi. In più, per
le popolazioni dell'area maghrebina, quando
la situazione politica lo consente (nel
1798, il regno di Sardegna è in guerra con
le reggenze africane), la pirateria diventa
una sorta d’industria, rnotivata anche da
esigenze di ordine economico e geografico
che le proiettano verso il Mediterraneo.
La storia di questo è infatti costellata
da numerosi episodi di pirateria. Comunque,
nel XVIII secolo, per. la grandiosità dei
mezzi e delle forze impegnati, il numero
degli abitanti tradotti in schiavitù e gli
strascichi internazionali, all'aggressione
subita da Carloforte spetta un non invidiabile
primato.
Comandata
dal rais Mohamed Rumeli, la squadra navale
tunisina, formata da cinque orche, uno sciabecco,
due barche, una polacca ed una galeotta,
approda nei pressi di Punta Nera: ne scendono
circa 600-700 barbareschi che, alle prime
luci dell'alba, iniziano il saccheggio.
Prime a cadere sono le guardie della
torre, di S. Vittorio, colte nel sonno.
Dorme anche la popolazione della cittadina
che viene svegliata di soprassalto da urla
inumane, dal fragore delle armi, dai.lamenti
dei feriti. In breve è un fuggi fuggi
generale, un susseguirsi di atti di violenza,
prove di coraggio, scene raccapricianti
ed atti di eroismo. Donne violentate nel
loro letti, madri uccise nel tentativo di
mettere in salvo le loro creature, mariti,
padri, fratelli massacrati mentre difendono
i. loro cari. Sangue, terrore e distruzione
da tutte le parti. Corpi senza vita
di cristiani e musulmani riversi in ogni
via. Drammatici tentativi di fuga
stroncati senza pietà: gli abitanti vengono
inseguiti all'interno dell'isola. Circa
830 carlofortini, di cui almeno 450 donne
e 150 ragazzi, vengono incatenati e condotti
sulle imbarcazioni nemiche per essere tradotti
a Tunisi come schiavi. Alla furia
non sono sfuggiti neppure i consoli di Ragusa,
Danimarca e Svezia ed il vice console francese
Rombi. Il console industria, motivata
anche da esigenze di ord economico e geografico
che le proiettano verso il Mediterraneo.
La storia di questo è infatti costellata
da numerosi episodi di pirateria. Comunque
nel XVIII secolo, per, la grandiosità dei
mezzi e delle forze impegnati, il numero
degli abitanti tradotti in schiavitù e gli
strascichi internazionali, all'aggressione
subita da Carloforte spetta un non invidiabile
primato.
Comandata
dal rais Mohamed Rumeli, la squadra navale
tunisina, formata da cinque orche, uno sciabecco,
due barche, una polacca ed una galeotta,
approda nei pressi di Punta Nera: ne scendono
circa 600-700 barbareschi che, alle prime
luci dell'alba, iniziano il saccheggio.
Prime a cadere sono le guardie della
torre di S.Vittorio, colte nel sonno. Dorme
anche la popolazione della cittadina che
viene svegliata di soprassalto da urla inumane,
dal fragore delle armi, dai i lamenti dei
feriti. In breve è un fuggi fuggi
generale, un susseguirsi di atti di violenza,
prove di coraggio, scene raccapriccianti
ed atti di eroismo. Donne violentate
nei loro letti, madri uccise nel tentativo
di mettere in salvo le loro creature, mariti,
padri, fratelli massacrati mentre difendono
i loro cari. Sangue, terrore e distruzione
da tutte le parti. Corpi senza vita
di cristiani e musulmani riversi in ogni
via. Drammatici tentativi di fuga
stroncati senza pietà: gli abitanti vengono
inseguiti all'interno dell'isola. Circa
830 carlofortini, di cui almeno 450 donne
e 150 ragazzi, vengono incatenati e condotti
sulle imbarcazioni nemiche per essere tradotti
a Tunisi come schiavi. Alla furia
non sono sfuggiti neppure i consoli di Ragusa,
Danimarca e Svezia ed il vice console francese
Rombi. Il console inglese, invece,
sebbene a prezzo di ricchi doni, riesce
a farla franca. Accanto ai popolani,
subiscono il crudele destino della schiavitù
alcuni esiliati politici che erano stati
inviati al confino nell'isola di S. Pietro
dopo i moti angioiani di qualche anno prima;
tra questi, il visconte di Flumini don Francesco
Maria Asquer ed il reverendo Murroni. La
flottiglia tunisina, che si è impadronita
anche di un brigantino genovese e di un
battello carolino ancorati nel porto, dopo
due giorni d'ininterrotto saccheggio, prende
il largo. Dolore, desolazione, sgomento
sui volti degli scampati, distruzione e
morte nelle case e nelle vie di quella che,
fino a tre giorni prima, era una ridente
e laboriosa cittadina.
Con
coraggio si cerca di superare lo choc, di
ricominciare a vivere. Si fanno i
primi bilanci. Oltre alle persone
razziate, mancano all'appello sei abitanti
che sono stati uccisi durante l'attacco;
nei giorni successivi, il mare restituirà
altri cadaveri. I tunisini hanno perso
30 uomini i cui corpi, per paura di contagi,
vengono bruciati.
Intanto,
la notizia dell'incursione giunge in Sardegna,
portatavi da alcuni carlofortini scampati.
Il vescovo di Iglesias invia subito una
compagnia di cavalieri del Sulcis ed aiuti
di vario genere. A Cagliari il vicerè
Vivalda, informato dell'accaduto già dal
giorno 4, chiede l'aiuto di una fregata
francese, la "Badine", all'ancora
nel porto; ma, a causa dei venti contrari,
la nave salpa con ritardo e raggiunge Carloforte
poche ore dopo la partenza degli assalitori.
A bordo della "Badine" c'è
anche l'inviato del vicerè, Antonio Grondona,
che, constatato con rammarico di non aver
potuto intercettare i corsari, si limita
a soccorrere la popolazione e ad inviare
relazioni al vicerè. Con animo commosso
il Grondona illustra lo spettacolo che si
è presentato ai suoi occhi: l'abitato sconvolto
come da un uragano, la mancanza di presidi
militari per far fronte ad altri possibili
sbarchi, la triste situazione della gente
del luogo, spogliata di ogni suo avere,
toccata negli affetti più cari, privata
anche del conforto delle cerimonie religiose,
essendo la chiesa semidistrutta. Durante
la navigazione, per un ripensamento di Mohamed
Rumeli, i corsari abbandonano in alto mare,
unicamente alla moglie ed i figli, il console
Rombi, rappresentante della Francia che
è alleata della Tunisia. I naufraghi
giungono a riva contemporaneamente all'arrivo
della "Badine" il cui comandante
Beaulieu, vedendo le pietose condizioni
in cui quei poveracci si trovano, non può
trattenere le lacrime.
Non
certo migliore è la sorte riservata ai carolini
prigionieri che viaggiavano incatenati,
seminudi e infreddoliti, verso il porto
tunisino di la Goletta dove arrivano l'8
settembre. L'intenzione dei Tunisini di
ricavare i maggiori profitti dall’impresa
è subito manifesta, tanto e’ vero che il
bey, in attesa della decisione del Governo
sabaudo sul riscatto, dichiara che
non procederà alla vendita dei prigionieri
singolarmente e neppure a piccoli
gruppi.
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E’,
infatti, consuetudine che gli Stati del
Mediterraneo (specialmente quelli piu’ deboli)
riscattino i propri sudditi incappati
nelle grinfie dei pirati barbareschi e fatti
schiavi, pagando fior di quattrini. L’operazione
richiede tempi lunghi e, talvolta, giunge
a felice conclusione con la mediazione di
altri Stati o l'interverto di alcuni ordini
religiosi, come i Mercedari, i Cappuccini
o i Trínitari, che svolgono un intenso lavorio
diplomatico finalizzato alla liberazione
dei cristiani in cattività nelle Reggenze
nord-africane.
Per
riscattare i carlofortini, il Regno di Sardegna
dovrebbe pagare una somma ragguardevole;
ma, poiché versa in una grave crisi dovuta
alle guerre napoleoniche di fine Settecento
che lo hanno coinvolto, non può assolutamente
sobbarcarsi uno sforzo finanziario del genere.
Pertanto, si costituisce una "Cassa
per la redenzione degli schiavi carolini"
che, oltre ai 2000 scudi versati dal duca
di S. Pietro, feudatario di quell'isoletta,
raccoglie le offerte dei privati. In essa
confluiscono, poi, per disposizione sovrana,
le rendite dell'ex azienda gesuitica; mentre
papa Pio VI dispone l'assegnazione di un
sussidio annuo di 15.000 scudi sardi e la
devoluzione, per 5 anni, delle rendite provenienti
dai cosiddetti "benefici vacanti".
Il
Governo sabaudo non è assolutamente solvibile,
neanche col ricorso alla "Cassa di
redenzione". Il sentimento umanitario
impone, però, la ricerca di altre vie per
indurre il bey a più miti pretese. Con
questo obiettivo, si decide di inviare a
Tunisi il conte di S. Antioco, don Giovanni
Porcile, comandante della flotta regia dal
1741 e che è di casa nella città africana
dove conta numerose conoscenze legate al
suo giro d'affari. Giunto con un carico
di "regali" per gli schiavi (vestiario,
formaggi, alcune botti di vino, ecc.), il
Porcile avvia le trattative. Nella
nuova convenzione, sottoscritta il 21 giugno
1799, le richieste del bey sono ridimensionate.
Ma, nonostante il forte sconto, il Governo
sabaudo (da marzo, in conseguenza dei suaccennati
eventi bellici, la Corte si è trasferita
a Cagliari) non è ancora in grado di addossarsi
l'onere del pagamento; la liberazione degli
schiavi sembra allontanarsi sempre più,
anche perché, a Tunisi, è sopravvenuta la
morte del vecchio conte Porcile. La
situazione è destinata a ristagnare per
anni. Perché la spinosa questione si risolva,
occorrerà aspettare fino al 1803.
Il
merito della liberazione, avvenuta con l'intermediazione
del Governo napoleonico, va attribuito all'impegno
profuso dal principe Carlo Felice che, nella
sua qualità di vicerè di Sardegna, ha preso
particolarmente a cuore la sorte dei carolini.
L'occasione
per avviare la fase diplomatica viene offerta
dalla presenza a Cagliari di una fregata
russa al comando dell'ammiraglio Michele
Macedonico. Carlo Felice, prendendo
a pretesto la recente offesa che alcune
tartane barbaresche hanno arrecato alla
Russia nelle acque della Maddalena, riesce
ad ottenere l'intervento dello zar Alessandro
I, infatti, esercita pressione sul Governo
ottomano di Costantinopoli che vanta ancora
poteri sulle Reggenze nordafricane. Tuttavia,
il “firmano” (ordine) inviato al bey di
Tunisi non ottiene i risultati sperati.
Fallito questo tentativo, si ritorna alle
trattative dirette, affidate a due persone
di fiducia, dei Savoia: il conte Gaetano
Pollini, un mercante cagliaritano d'origine
piemontese che, spesso, ha messo a disposizione
del Governo i suoi capitali, e il cavalier
De Barthes, piemontese, in ottimi rapporti
col sovrano Vittorio Emanuele I. Il piano
d'azione poggia ancora sulla carta dell'aiuto
diplomatico. Attraverso la mediazione
del console francese a Tunisi, Dévoize,
i due riescono ad ottenere l'interessamento
di Napoleone Bonaparte. Ciò basta per piegare
il bey. All'immediata e gratuita liberazione
dei circa 100 abitanti catturati nella sede
del consolato francese a Carloforte, fa
seguito una nuova, e finalmente accettabile,
proposta per il rilascio degli altri prigionieri.
A
questo punto, Carlo Felice si scontra col
problema finanziario. Le trattative
avviate con altre potenze europee sono miseramente
fallite, le società private internazionali
chiedono un interesse dell'8% sul prestito
e un'ipoteca (!) sui beni demaniali dello
Stato o, meglio, la malleveria di un privato.
La società francese "Naugent
e Compagni" sembra propensa a concedere
il prestito al Regno di Sardegna, un milione
di lire sarde, mentre il duca di S. Pietro
si offre come garante accettando un'ipoteca
sulla tonnara di Calavinagra, la più redditizia
della sua isola. Il duca, inoltre,
si dichiara disposto a contribuire, di tasca
sua, con 400 mila lire; cosicché, il debito
del Governo si ridurrebbe quasi alla metà.
Intanto,
il conte Pollini ed il cav. De Barthes
vogliono accelerare i tempi per cogliere
i frutti dell'azione francese. Le
condizioni dell'accordo stipulato dal console
Dévoize prevedono lo scambio dei musulmani
schiavi in Sardegna con un pari numero di
carolini e il rilascio dei rimanenti dietro
pagamento di 500 piastre per individuo:
esattamente la metà di quanto pattuito col
Porcile nel 1799. Durante la schiavitù,
la comunità carolina ha avuto un decremento
naturale di 22, di conseguenza, il prezzo
complessivo del riscatto ammonta a 341 mila
lire sarde, pari a circa 650 mila lire piemontesi
(circa 2 milioni di franchi). Nella
"Cassa di redenzione", però, ci
sono solamente 55 mila lire piemontesi,
più le 400 mila elargite dal duca di S.
Pietro. Il mancato accordo con la
società "Naugent e Compagni" comporta
il rischio di un ulteriore rinvio dell'operazione.
Ma, per fortuna, il conte Pollini,
ricevute le 455 mila lire disponibili, anticipa
la rimanenza. Purtroppo, la sua generosità
sarebbe stata mal ripagata dal Governo,
se si considera che la vertenza aperta con
lo Stato per il recupero del credito, era
ancora in corso nel 1825.
Comunque,
grazie al suo gesto, la brutta avventura
dei carolini ha, finalmente, termine. Imbarcati
su navi francesi e spagnole giungono a Cagliari
in 755 tra il 6 ed il 30 giugno e il 4 di
luglio. L'arcivescovo di Cagliari,
cardinale Cadello, nella "Lettera pastorale
per rendimento di grazie per la liberazione
dei carolini dalla schiavitù", pubblicata
il 17 giugno, esprime sentimenti universalmente
sentiti verso i redenti che «rasciugato
il pianto delle meste pupille, deposta la
squallidezza del volto, sbandito il timore
e lo spavento, compariscono di nuovo nel
patrio sospirato lido». Il porporato,
inoltre, invita la cittadinanza a partecipare
al solenne Te Deum che si terrà il 24 dello
stesso mese.
Il
problema della pirateria ritorna, prepotentemente,
sui tappeto dopo il tramonto del Bonaparte.
Dopo l'incursione contro Carloforte,
i barbareschi riprendono le loro scorrerie
nel Mediterraneo, sordi ad ogni richiamo
delle potenze europee, In Sardegna compaiono
più volte, limitandosi a fugaci sortite
o ingaggiando vere e proprie battaglie con
la squadra navale sarda, comandata dal valoroso
Vittorio Porcile. Infine, nel 1815,
attaccano duramente l'abitato di S. Antioco;
sarà la loro ultima impresa. In quello stesso
anno si apre, infatti, il congresso di Vienna
nel corso del quale le potenze europee,
intenzionate a riportare la pace nel vecchio
continente, affrontano anche le questioni
della pirateria e della schiavitù, vergognose
piaghe ereditate dal passato e che si vuole
cancellare. La brillante azione effettuata,
nel 1828, contro Tripoli dalla squadra navale
sabauda, al comando del capitano di vascello
Sivori, e l'occupazione francese di Algeri,
nel 1830, decretano la scomparsa della guerra
corsara dal Mediterraneo.
Il
ricordo delle incursioni barbaresche resta,
però, vivo nella memoria popolare, pronto
a riaffiorare con l'immancabile contorno
di racconti leggendari. L'episodio
di Carloforte tornerà alla ribalta quando
si saprà di Francesca Rosso, una delle poche
schiave non rientrate in patria e divenuta
moglie del bey di Tunisi. La storia
dell'umile carlofortina che, col suo fascino,
aveva incantato il bey fino ad indurlo a
sceglierla come unica sposa, rimbalzerà
nella sua patria col fascino di una favola
vera.
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