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"Le Ceramiche"

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Cagliari ..un tuffo nel passato

 

 

 

In ossequio alle antiche tradizioni popolari e quale pegno di amore alla terra natia ho inserito in questo modesto saggio, sulle vicende millenarie del CASTELLO DI MEDUSA, avvenimenti e personaggi che rientrano nel puro campo della leggenda e che sono nati dalla feconda immaginazione del nostro popolo. Ma la fantasia e la realta’ storica, se armonicamente fuse in un discorso ampio e particolareggiato, contribuiscono a rendere vivo l’interesse e la curiosita’ che puo’ suscitare la storia di un monumento che lascia poche tracce del suo passato ed i cui ruderi emanano un fascino particolare.

Con l’augurio di un suo, anche se parziale, dignitoso restauro, commisurato alle possibilita’ finanziarie della Comunita’.

 

Cagliari 5 Agosto 1984 - L'autore Salvatore Angelo Mura

 

Seguendo un buon tratto della strada provinciale per Asuni e successivamente un lungo e tortuoso sentiero interpoderale attraverso un terreno in gran parte arido, si giunge sulla sommita’ delle colline di Su Manganu e di Cardeda che formano un unico gruppo montuoso, piuttosto ondulato, all’estremo limite orientale di Abbasassa, distante circa dieci chilometri da Samugheo. La zona e’ prevalentemente impervia ed in alcuni punti inaccessibile, in particolare sulle pendici del prospiciente colle di Mudeghina che segna il triplice confine con Laconi ed Asuni.

Nella varieta’ dei suoi colori il paesaggio e’ pittoresco ed invitante sebbene quasi totalmente invaso da una rigogliosa giungla di vegetazione selvatica che ricopre i due ampi crepacci entro cui scorrono le acque dell’Araxisi.

Fra le caverne di particolare interesse minerario sono rimarchevoli quelle di Tintingiones verso Samugheo e quelle di Muscione in territorio di Laconi ove sono state segnalate superfici spugnose di lava vulcanica ed altre scorie minerali di una certa consistenza. Cio’ fa presumere che in epoca remota queste primordiali gallerie siano state utilizzate come vere e proprie miniere. Ai piedi del costone roccioso di Cardeda contrassegnato da scoscesi dirupi e da precipizi a strapiombo, sorge una gigantesca mole di roccia calcarea di color grigio chiaro su cui poggiano i ruderi del castello di Medusa. Data la posizione elevata ed il loro giusto orientamento, le bastionate del castello godevano indubbiamente di un notevole vantaggio, almeno come punto di osservazione e di avvistamento, rispetto alle alture circostanti. Il pianoro, o meglio l’immensa terrazza sovrastante il basamento del fortilizio e accessibile mediante un rudimentale e stretto ponticello di tronchi di quercia stagionata, adatto esclusivamente per il transito di un gregge di capre in fila indiana. Sistemato sul precipizio, a ridosso di una parete di calcare duro, questo primordiale varco costituiva un continuo pericolo in quanto lo si doveva superare in posizione curva e tale da provocare le vertigini. Ora il passaggio e’ piu’ agevole e sicuro e si effettua su un nuovo ponte in muratura costruito sullo stesso punto e sul luogo comunemente noto col nome di Ischimenta, o Coa De Sgamenta. Qualche visitatore privo di esperienza alpinistica e poco amante del vuoto abissale lo ha ribattezzato col nome di Iscramenta.

Castello di Medusa - Topografia della zona  (da un disegno del 1903)Oltrepassato il ponte, uno scenario desolante si presenta agli occhi del turista che avrebbe voluto ammirare le superbe strutture di un castello medioevale con tanto di finestre ad ogiva e torri merlate: enormi cumuli di macerie appartenenti al corpo centrale dell’edificio ingombrano la terrazza e si confondono in mezzo a folti cespugli di lentischio, di arbusti di fillirea ed a qualche alberello di leccio, per cui e’ difficile farsi un’idea dell’originaria suddivisione dei locali interni e della disposizione dei tramezzi. Sul lato destro di chi entra, verso ponente, esiste una rozza muraglia di largo spessore costruita in pietre di origine vulcanica. Conosciuto con il nome di SA TURRITA per la sua caratteristica sagoma di torrione fortificato, questo solido baluardo, come tutti i muri di recinzione, poggia sull’orlo della roccia in modo da formare con essa un’unica bastionata di notevoli proporzioni. Al centro e’ tuttora visibile la delimitazione di piccoli locali che a prima vista sembrerebbero sottopassaggi ostruiti dai materiali di crollo. Uno di questi, il meno danneggiato dalla mano vandalica dei ricercatori di tesori, conserva intatte le linee d’imposta della volta a forma di botte  un po’ depressa. Tenuto conto della particolare conformazione delle antiche cisterne romane e dell’intonaco interno accuratamente lisciato con malta cementizia di terracotta polverizzata mista a graniglia di calcare, non e’ da escludere che venisse utilizzato come serbatoio per la raccolta dell’acqua piovana o per conservare l’acqua potabile di una sorgente che scaturisce dalla base della rupe. In direzione Ovest, seminascosti dal folto tappeto di erbacce, si notano avanzi di piccole superfici tramezzate di cui alcune presentano le caratteristiche di comuni stanze di soggiorno o di depositi di materiale; altre invece hanno la forma particolare di celle per prigionieri o condannati al carcere perpetuo.

La descrizione del castello ed i rilievi dei suoi dintorni fatta dal La Marmora, appassionato studioso e profondo conoscitore delle antichita’ sarde, non si discostavano molto dalla realta’ per quanto riguarda i lineamenti corografici e le caratteristiche geologiche della zona interessata. Le sue deduzioni sono il risultato di una lunga esperienza acquisita in ben diciotto anni di studio approfondito delle localita’ e dei monumenti isolani. Allontanato dall’esercito piemontese e confinato in Sardegna da re Carlo Felice per aver simpatizzato con gli insorti della rivoluzione liberale del 1821, si dedico’ a ricercare e catalogare i reperti archeologici, a fissare esattamente i confini dei Mandamenti e delle giurisdizioni territoriali dei Comuni, ad accrescere le cognizioni sul patrimonio geologico. L’attendibilita’ dei dati contenuti nella sua erudita documentazione e’ ampliamente convalidata dalle “Tavole descrittive” del Catasto militare compilate nel 1846 dal maggiore Carlo De Candia. Il La Marmora, dopo aver passato in rassegna con abbondanza di dettagli le caratteristiche della regione di Abbasassa e di alcune zone confinanti, passa ad illustrare il castello senza trascurarne i minimi particolari sia per quanto riguarda le strutture visibili, sia per quanto concerne la posizione ed i punti di orientamento.  Altro discorso accuratamente elaborato egli dedica alle immediate adiacenze ove ha rilevato numerose alternanze di scisti e di banchi calcarei, i primi ridotti allo stato cristallino e gli altri a quello di marmo bardiglio che forma strati potenti e solidificati di rocce dirette in modo distinto da N.O. e S.E. Lo studioso osserva altresi’ che i due grandi crepacci circostanti il castello sono perpendicolari: quello per cui giungono le acque dell’Araxisi va in direzione N.E. – S.O., mentre l’altro segue la direzione di quest’ultimo e cioe’ da S.E. a N.O.

La feconda immaginazione popolare ha trasformato la squallida residenza del castello di Abbasassa in un autentico regno di fiabe. L’autore dell’articolo pubblicato da” L’Unione Sarda” del 31 Luglio 1981, attenendosi al vago principio del “sentito dire”, accenna all’esistenza di un famoso RE MEDUSA il quale, sconfitto da Atlanta (?), si rifugio’ negli oscuri sotterranei del castello ove custodiva i suoi favolosi tesori. Per rendere meno penosi l’isolamento e la solitudine questo “sovrano cavernicolo” coltivava una relazione sentimentale con una fanciulla comunemente nota col nome di “Maria Cantada” o “Incantada” che dimorava in localita’ Peppudelei sulla cima di un colle ricoperto di boschi tutt’oggi denominato “Sa Conca De Maria Cantada”, a breve distanza da Samugheo. La driade boschereccia tesseva il lino su un telaio d’oro massiccio il cui rumore, simile al lugubre rintocco di una grossa campana, si ripercuoteva in lontananza con sinistro rimbombo. Il cavallo del re era ferrato al contrario per trarre in inganno i nemici quando egli percorreva il lungo tragitto che separava la reggia dalla modesta abitazione della ninfa o quando doveva raggiungere la vicina sorgente per abbeverare il destriero. Detta fonte e’ oggi conosciuta col nome di “Funtana de su rei” (fontana del re).

Anche Goffredo Casalis (cfr. “Dizionario geografico-storico degli Stati di S.M. il re di Sardegna” – Vol. XVIII – pag. 28) nella sua breve cronistoria compilata sulla scorta dei dati fornitigli dal Padre Vittorio Angius, vaga alla cieca nel campo delle ipotesi, in particolare quando si riferisce agli elementi decorativi degli ambienti interni del castello. “….chi vi pote’ penetrare”, osserva il Casalis, “ne lodo’ le ampie sale e gli ornamenti, onde si dedusse che appartenesse a qualche personaggio assai potente. Di questo castello non e’ alcun cenno negli scritti finora conosciuti del Medioevo, e ne’ pure nelle infeudazioni. Il nome mitologico con cui e’ appellato, forse non e’ quello che aveva nei tempi, quando era abitato, ed e’ probabile che sia stato cosi’ riformato nella pronunzia del popolo, o da quelli che cedettero trovare un indizio di quella Medusa, figlia di Forco, re di Sardegna per 28 anni, secondo l’autorita’ d’Isacio, e aggiunge ricchissima, e piena di forza, della quale dava prove meravigliose nelle frequenti caccie…..”. Ma purtroppo nessuno pote’ mai osservare dentro le mura del castello ne’ ampie sale, ne’ ornamenti, ne’ arredamenti principeschi, in quanto e’ storicamente provato che agli inizi del XVI secolo (1530) lo stesso, gia’ in stato di avanzata rovina, non era piu’ occupato da soldati o da castellani. Come pure e’ da escludere che la giovane regina Medusa, ammesso e non concesso che sia effettivamente esistita, abbia potuto scegliere per sua abituale residenza una fortezza isolata dal consorzio umano e per di piu’ inaccessibile, in una localita’ impervia e selvaggia come quella di Abbasassa. Al riguardo, ancora piu’ fantasioso e’ il contenuto di un rapporto del 20 Settembre 1844 presentato dal tenente dei cavalleggeri Luigi Parodo al vicere’ di Sardegna Don Gabriele de Launay, dopo un sopralluogo effettuato sul posto (cfr. Arch. di Stato Cagliari – Fondo S.S. – Serie 2^ - cartella 152): “… dalle ultime informazioni che mi sono pervenute”, rende noto l’ufficiale, “supponesi che il riferito castello sia stato il ricovero di un re dalle orecchie d’asino (!), avente seco sua moglie la regina Medusa; e si vuole che di questa regina esista il testamento negli archivi del convento di Barumini, oppure in quello di San Martino nella citta’ di Oristano…”.

Ma fra i tanti miti creati dalle fantasticherie del popolo accade spesso che qualche “contu de forredda” (racconti popolari) abbia un fondo di verita’ e si riferisca a fatti realmente accaduti: ed e’ appunto il caso delle gesta rocambolesche del famigerato bandito conosciuto col nome di Ciccu Perceu nato ad Asuni nel 1805, iniziate trionfalmente nei dintorni del castello e concluse ignominiosamente nella cella di un penitenziario ligure. (cfr. Arch. Di Stato Cagliari – documentazione citata). Condannato per rapina e ristretto nelle carceri di Genova per scontarvi la pena di sette anni di reclusione, il 19 Giugno del 1844 Francesco Perceu presento’ al direttore del penitenziario una dettagliata relazione su un segreto che gli stava molto a cuore e che, dopo lunga meditazione nel silenzio della cella, gli fece accarezzare l’idea del rientro in Sardegna e di una possibile evasione. Durante il lungo periodo di latitanza trascorso nelle campagne di Samugheo ed Asuni ebbe occasione di scoprire in un locale sotterraneo del castello “re orecchie d’asino” un ricco tesoro consistente in due enormi mucchi di monete d’oro e d’argento, in un grosso diamante, in una corona d’oro massiccio, in armi finemente cesellate, vasellame e posaterie di fattura pregiata, nonche’ in un discreto numero di statue in marmo color cenerino che ornavano le pareti di un lussuoso salone entro apposite nicchie. Riempite frettolosamente le tasche di monete, le deposito’ nella grotta detta “Su Concali de Argoneus” in territorio di Asuni, in attesa di poterle trasferire altrove. Scarcerato nell’Agosto del 1844 dietro il benestare del vicere’, e condotto nell’isola sotto buona scorta armata, venne accompagnatao sul posto dal gia’ menzionato tenente Parodo, alla ricerca dell’ipotetico tesoro. Naturalmente il nascondiglio non fu rintracciato ed i preziosi rimasero nella mente sconvolta del Perceu che venne immediatamente tradotto in catene nell’orrendo carcere cagliaritano di San Pancrazio prima di essere reimbarcato per Genova sul piroscafo postale “ La Gulnara”.

Alcuni visionari particolarmente superstiziosi affermano che i vari cunicoli scavati nella massa calcarea sottostante il castello sono invasi dagli spiriti indemoniati destinati da diversi millenni alla custodia del tesoro reale. Ad altri sognatori non meno illusi sarebbe apparso sugli spalti della bastionata rivolta a Ponente il fantasma della tanto celebrata “Maria Cantada” fluttuante nel buio della notte in mezzo ad un gruppo di esseri mostruosi avvolti dalle fiamme. Inoltre un capraio dei dintorni, vinto probabilmente dalla stanchezza e dal sonno, riferi’ di aver visto re Medusa in carne ed ossa cavalcare tra le folte macchie di lentischio della bassa valle dell’Araxisi verso destinazione ignota!

In diverse epoche storiografi e giornalisti hanno parlato di questo castello limitandosi a brevi cenni illustrativi piu’ che altro marginali e talvolta di scarsa attendibilita’. Altri studiosi ed esperti di storia ed archeologia sarda ne hanno invece approfondito le ricerche mediante rilievi sul posto, riuscendo a stabilire con sufficiente approssimazione l’epoca della costruzione ed a risolvere i vari quesiti sul suo impiego come opera fortificata di difesa e come probabile luogo di pena.

R. Carta Raspi (cfr. “Castelli Mediovali della Sardegna” – pagg. 58-61), dopo aver messo in evidenza l’importanza storica del centro militare pretorio di FORUM TRAIANI (Fordongianus) esprime un giudizio strettamente personale: “….. questo castello”, afferma lo studioso, “che la storia ha voluto con tanti altri dell’isola sacrificare, e’ stato ritenuto dal La Marmora e dallo Spano, e poi da tutti gli scrittori che se ne sono frequentemente occupati, come un CASTRUM del Basso Impero, edificato per proteggere la zona dalle invasioni dei Barbaricini e anche come carcere per i metallari.”

Che fosse una prigione per i metallari e’ da escludere senz’altro; anzitutto i metallari puniti non venivano rinchiusi nei castri, ne’ v’erano prigioni apposite; in secondo luogo la zona mineraria e’ cosi’ trascurabile che sarebbe da meravigliare se i Romani ne avessero tenuto conto. La costruzione, pur essendo antica, non puo’ spingersi al di la’ dell’XI secolo; la posizione scelta, la disposizione della costruzione, i ruderi rimasti, ci mostrano a sufficienza che non si tratta di un castrum romano ma di un castello medioevale, le medesime argomentazioni prodotte dagli studiosi citati, potrebbero farlo attribuire ad uno degli ultimi DUX della Sardegna, come a uno dei primi Giudici di Arborea.

Il generale Ferrero De La Marmora e’ probabilmente l’unico che sia riuscito a collocare nel giusto periodo storico le origini del nostro castello e si esprime nel modo seguente:”……in questo luogo (Abbasassa) esistono le rovine di una fortezza che si distingue a prima vista, per la sua posizione e per la sua costruzione, dai castelli del Medioevo che in quell’epoca si sistemavano sempre sui monti aguzzi ed elevati; questo, al contrario, e’ costruito nella vallata su un contrafforte a guisa di promontorio situato alla confluenza di due torrenti. Queste acque rendono difficile l’accesso al castello, eccetto quando esse sono molto basse, mentre nella sola parte dove questo edificio e’ attaccato alla montagna che lo domina (Cardeda), vi e’ un precipizio impossibile a superare; ed e’ il motivo per cui non ci si puo’ avvicinare ai ruderi se non quando i torrenti possono essere oltrepassati a guado, cosa assai infrequente. Nel locale principale si nota ancora una cisterna che e’ quasi intatta; il suo interno e’ rivestito di cemento comune, fatto con della buona calce e frammenti di terracotta fine polverizzata, come sono tutti gli antichi serbatoi romani; infine tutto denota che questa parte interna e sotterranea del castello era una cisterna e non una chiesa, come si afferma in paese. Le monete ritrovate, appartenenti ad imperatori d’Oriente, ad iniziare da Giustiniano, fanno

presupporre che il castello di Medusa sia  una fortezza costruita dai generali degli imperatori bizantini per tenere a bada le tribu’ dei Barbaricini.”

Quanto al suo nome attuale, cioe’ quello che gli si da’ di Castello di Medusa (porta anche il nome di Castello di Samugheo, tratto dal villaggio piu’ vicino), non si trova scritto nulla negli storici nazionali, e non puo’ datare che da un’epoca abbastanza moderna, cioe’ 1480, tempo in cui scriveva il Fara. Questo, nel suo libro “De Rebus Sardois” inizia la storia del suo paese da Forco, padre di Medusa; poi egli fece regnare questa principessa in Sardegna dopo suo padre. Egli descrive in seguito il suo regno, e certamente questo scrittore coscienzioso, questo coreografo dell’isola, colse l’occasione di questo castello, cosi’ che dal suo tempo esso fu conosciuto sotto il nome di questa donna favolosa.

Nel suo volume “Chorographia Sardiniae”, il Fara non fa invece riferimento al castello, ma si limita semplicemente a descrivere il corso dell’Araxisi attribuendogli il nome di Massari e cioe’ di quel torrente che si forma al lato sud della nota mole rocciosa e si inoltra poi nel territorio di Allai alimentato dal ruscello di Bau Maiore.

Altre notizie utili si possono ricavare dall’Itinerario di Antonino (IV sec.) riveduto ed aggiornato sotto l’imperatore Giustino II° (565-578) e da alcune tavole illustrative delle strade consolari romane che riportano qualche indicazione, anche se vaga, delle particolari linee di un avamposto militare o di un Castrum nel limite di confluenza dei due fiumi e di un altro dispositivo fortificato nell’estesa pianura di Abbasassa, pressappoco nel punto in cui sorge la chiesetta rurale di S. Maria “de mesu mundu”.

Lo storico greco Procopio (cfr. Trattato degli edifici – VI sec.) che illustro’ in particolare l’impero di Giustiniano (527-565) afferma che tutti gli avamposti difensivi schierati al sud della Barbagia erano non solo fortificati, ma anche tatticamente collegati. E’ da supporre quindi che la stazione militare di Abbasassa fosse in diretto contatto col castrum di Medusa e che analogamente il Centro di Forum Traiani fosse, per ovvie ragioni di sicurezza, in collegamento con le stazioni di Biora (in prossimita’ del villaggio di Serri di Valentia, di Uselis e con l’insediamento romano di Sorabile (presso Fonni) costituenti un poderoso sistema difensivo lungo l’itinerario abituale dei Barbaricini.

 Nel 1835, coadiuvato dal tenente Ezio de’ Vecchi e dal maggiore Carlo de Candia suoi diretti collaboratori in ben trentacinque campagne geodetiche e geologiche nell’isola, il gen. La Marmora; dopo aver accuratamente esaminato le superstiti strutture del castello, fece eseguire scavi a livello delle sue fondamenta e nella sua piccola necropoli situata al di la’ del fiume. Il risultato fu pienamente conforme al giudizio espresso dallo studioso in occasione di una sua prima ispezione del 1822 e viene ulteriormente convalidata Don Giuseppe Sedda, sindaco di Samugheo e supervisore degli scavi, nel suo “Memorie storiche del castello di Medusa” del 1840.

Fu rinvenuta una lapide sepolcrale in calcare levigata, l’epigrafe ricorda un soldato romano appartenente alla I° corte pretoria:

D.M.

MARCO IULIO POTITO

I ° COH. PRAET. SARD.

MILITAVIT ANN. IV VIXIT ANN. XXXV

AV. S………..

 

Fra i ruderi venne inoltre scoperto un frammento di lastra in trachite scura, piu’ o meno identica ad una pietra miliare, numerose monete in bronzo ed in rame in discreto stato di conservazione, raffigurante l’effigie di Giustiniano, Giustino II ed altri imperatori d’Oriente, sono affiorate dal sottosuolo dell’attigua collina di Cardeda e degli scavi effettuati all’interno del castello, mentre in localita’ Su Manganeddu e Sa Funatana Rubia e’ stato riportato alla luce un buon numero di “denarii” e di “sesterzii” dell’impero di Antonio Pio (138 d.c.). Tali monete, eccetto alcune, sono custodite nelle vetrine del museo archeologico di Cagliari unitamente ad un robusto anello di ferro di circa venti centimetri di diametro usato con tutta probabilita’ per la ritenzione delle fune di sostegno di un ponte mobile sistemato sulla bastionata ovest del castello. L’ultimo e piu’ interessante reperto che si ritiene trasferito dal La Marmora nei musei di Torino con altre due pietre incise, consiste in una grossa lastra di marmo bardiglio che riporta il nome di Giustiniano (felice protettore o principe dei sardi) e l’anno quinto del suo impero:

 

IMP. CAES. IUSTINIANUS AUG.

D.N. FELIX PR. SARD.

ANNO V

 

Da questo importante reperto si puo’ senz’altro dedurre che il castello di Medusa e’ di sicura origine bizantina e che la sua costruzione risale esattamente all’anno 532 dell’era cristiana.

Nel 1075, dopo secoli di oscurita’ piu’ assoluta, papa Gregorio VII, arbitro assoluto delle sorti isolane, lo assegno’ in feudo perpetuo al Giudice arborense Honroco (od Ithocor) De Zori che a sua volta lo trasmise in eredita’ ai discendenti diretti in linea mascolina. Infatti l’Arborea per difendersi in epoca-medioevale dagli stati confinanti, e successivamente dagli Aragonesi, ebbe un’alta concentrazione di castelli governativi fra cui il Medusa che ando’ ad aggiungersi alle antiche e sempre valide difese esterne di cui si servi’ Barisone I° durante l’invasione del Giudicato nel 1164.

Il 7 Febbraio 1189, dopo aver rinnovato le promesse di alleanza che l’anno precedente aveva fatto a Genova e per garanzia della sua collaborazione, il Giudice Pietro I° diede il castello in pegno ai genovesi impegnandosi a mantenere a sue spese il castellano e le sette guardie che dovevano custodirlo, con altro decreto del 29 Maggio dello stesso anno il medesimo Giudice Pietro I° promette a Genova di corrispondere annualmente la somma di lire ottanta in moneta genovese fino a totale estinzione dei debiti contratti da Barisone I° per cui ha impegnato il castello.

Per un periodo di oltre un secolo non si hanno piu’ notizie di quest’opera fortificata e si presume che la stessa, pur restando sotto la giurisdizione del Giudicato di Arborea, sia passata in temporaneo possesso al conte Tedice Della Gherardesca, tramite la moglie Giacomina che ne ottenne il titolo feudale nel 1329. Se ne accenna ancora, sebbene in modo piuttosto vago e generico, nel testamento del Giudice Ugone III° di Basso del 4 Aprile 1336. In virtu’ di tali disposizioni testamentarie il villaggio di Samugheo con tutta la sua vasta giurisdizione territoriale passo’ in eredita’ a Mariano e Giovanni Satio, nipoti di Ugone III°, i quali ebbero anche il pieno ed assoluto dominio sugli abitanti e sulle campagne. Non vi e’ dubbio quindi che anche il castello di Medusa subi’ le sorti del rimanente territorio samughese e continuo’ ad essere utilizzato dai membri della Casa Giudicale Arborense.

Nel 1389, allo scopo di impedire che venisse occupato dagli Aragonesi, la Giudicessa Eleonora ne ordino’ il restauro limitatamente alla cintura fortificata ed invio’ sul posto una guarnigione di balestrieri reclutati parte ad Oristano e parte a Samugheo ed Asuni, affidandone il comando al sergente Pietro de Acene. Nel 1479, dopo la sconfitta di Leonardo Alagon per mano degli Aragonesi, il vecchio e decrepito fortilizio fu aggregato alla Reale Contrada del Mandrolisai che lo adibi’ a ricovero di capre dopo averlo ceduto in gestione all’”arrendador” (amministratore delle rendite) Francisco Manunta di Sorgono. Non avendo pero’ i nuovi dominatori un particolare interesse a rimetterlo in efficienza, e tanto meno come baluardo di difesa, nel 1530 venne abbandonato al suo destino e cosi’ rimase fino a che non entro’ a far parte della giurisdizione feudale della Contea di San Martino istituita a Sorgono nel 1725. Soppresso l’arcaico regime dei Feudi e ripristinata la proprieta’ privata, in qualita’ di monumento storico pote’ sfuggire agli articoli, o per meglio dire agli artigli della nuova legge sulle “Chiudende” e con decreto reale del 31 Maggio 1836 passare direttamente alle dipendenze dell’amministrazione comunale di Samugheo che tuttora lo detiene in condizioni piuttosto deplorevoli.

 

 

 

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