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"Le Ceramiche"

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Cagliari ..un tuffo nel passato

 

 

Salvatore Rossi fu, quel che si dice un drago.  Ai giorni nostri, per premiarne l'abilità nel campo degli affari, l'avrebbero fatto «cavaliere del lavoro»; nel secolo scorso, invece, quando la nobiltà era ancora l'elemento distintivo, venne proclamato barone con un diploma firmato dall'allora re di Sardegna Carlo Alberto.

Quando diventa barone Salvatore Rossi, che era nato a Cagliari nel 1775, è senza dubbio l'operatore economico più ricco e più noto del capoluogo dell'Isola.  Nei decenni precedenti aveva, infatti, avviato un redditizio commercio di granaglie e di tessuti in lana e seta, promosso la costituzione di una banca e di un monte di pietà, gestito le tonnare di Porto Paglia, Portoscuso e l'Isola Piana, acquistato tre bastimenti e creato una fabbrica di berrette; ma non era ancora soddisfatto e, nonostante l'età avanzata, si prodigava per impiantare uno stabilimento per la produzione di tessuti.

Il nostro discorso sulle antiche industrie cagliaritane dai primi decenni dell’Ottocento alla guerra mondiale prende, dunque, le mosse dalla vulcanica attività di quest'uomo che operò in un periodo tra i più difficili della economia della Sardegna e conseguì risultati eccezionali, impinguando il suo personale patrimonio ma, nello stesso tempo, creando numerose occasioni di lavoro fuori dai tradizionali settori della agricoltura e della pastorizia. Nell'ambito di questa trattazione ci occuperemo di due iniziative industriali, rilevando che esse rappresentano una palese dimostrazione del suo coraggio di imprenditore e della sua disponibilità ad affrontare i rischi consistenti allo stato di depressione in cui l'Isola versava dalla seconda metà del '700, una volta conclusa la parentesi riformistica del ministro Gian Lorenzo Bogino.

Per rendersi conto di che cosa fosse la Sardegna del tempo, basterà ricordare lo spopolamento, l'analfabetismo, l'assoluta inadeguatezza delle attrezzature portuali ed i  mezzi di comunicazione col continente, la mancanza quasi assoluta di strade, appena mitigata dalla «Carlo Felice» costruita tra il 1823 ed il 1828, la persistenza dell'anacronistico regime feudale che scomparirà definitivamente solo nel 1839 per volere di Carlo Alberto.  In sostanza, a un secolo dall'arrivo del Piemonte, la Sardegna non aveva compiuto nessun apprezzabile passo in avanti e continuava ad essere una terra completamente abbandonata, così come era stata per oltre trecento anni sotto la Spagna.

In una situazione del genere non stupisce che i tentativi effettuati nel primo scorcio dell'Ottocento e rivolti a impiantare nel territorio isolano opifici industriali nei settori della lana, del cotone e della seta, del vetro, del sughero, dell'olio di lentischio e di sansa, delle pelli, ecc., fallissero quasi tutti senza arrecare alcun beneficio alla società sarda.

Dati questi precedenti, la decisione di Salvatore Rossi di creare a Cagliari una fabbrica di berrette appare perlomeno temeraria; l'iniziativa ha pero’ pieno successo, se ne parla in termini lusinghieri: “I manufatti reggono alla concorrenza con l'estero e ne è grande lo smercio in lutto il regno, dove se ne vestono circa 190.000 teste e se ne commerciano annualmente non meno di 150.000 e noti bastano ancora al bisogno i suoi prodotti”.

Entrata in attività nel novembre del 1826 nel quartiere di Villanova, la fabbrica era stata autorizzata due anni prima dalle autorità che le avevano accordato, come si usava in quei tempi per favorire la industrializzazione, il privilegio ad agire per dieci anni in regime di monopolio; dava lavoro a 178 persone, tra gli operai impiegati direttamente nello stabilimento e quelli che lavoravano nelle proprie case, e produceva 50 dozzine di berrette per settimana, ottenute con lana importata da Napoli.  La produzione aumentò negli anni successivi e così il numero dei dipendenti che arrivò a 250 addetti.

La seconda industria creata dal Rossi è uno stabilimento di tessuti che entra in attività tra il 1847 e il 1850 nel circondario di Cagliari e precisamente in un «predio» appositamente acquistato tra Ussana e Monastir.  L'opificio sarebbe dovuto sorgere contemporaneamente alla fabbrica delle berrette, ma l'imprenditore ne aveva più volte procrastinato l'apertura a causa delle difficoltà oggettive del mercato sardo, come ad esempio la mancanza di acqua corrente e di operai specializzati.

Ai problemi di ordine tecnico si deve poi aggiungere il poco favorevole atteggiamento delle autorità che, mentre sollecitano il barone ad aprire in vista della sistemazione di un buon contingente di manodopera, non sono assolutamente disposte a concedere le richieste facilitazioni doganali per la «libera introduzione delle lane fini estere, le tinte per i colori e le macchine per la fabbrica».

 

 Il barone Salvatore Rossi

 

Salvatore Rossi ha già superato i settant'anni ma continua ad essere quel drago di cui abbiamo parlato all'inizio: si butta nell'impresa con tutta la grinta che gli è propria e riesce ancora una volta.

Dopo qualche tempo la manifattura è in grado di sfornare diversi tipi di panno che vengono venduti, oltreché a Cagliari e nelle diverse località dell'Isola, anche in continente, come dimostra un documento del 1854 dove si parla di un grosso acquirente napoletano; la ditta Pasquale Rubinacci & C..

Nel panorama, per la verità piuttosto limitato, dell'industria cagliaritana intorno alla metà del secolo scorso si evidenzia, come personaggio di spicco, anche Luigi Rogier, un francese arrivato nell'Isola nel 1832 per amministrare una proprietà immobiliare ereditata per via materna.

Nelle carte della segreteria del Regno di Sardegna, conservate nell'Archivio di Stato di Cagliari, il suo nome ricorre frequentemente a proposito di una fabbrica di tessuti e filati di cotone che operò nella Marina a partire dal 1824.

Di questo opificio il Rogier fu per alcuni anni direttore, diventandone più tardi titolare in sostituzione del primo proprietario Antonio Janin.  E, poiché quest'ultimo viveva a Ginevra e non poteva seguire le vicende della fabbrica, la conduzione dello stabilimento fu praticamente sempre in mano al Rogier che si trovò a combattere le sue brave battaglie sia con i concorrenti e sia con 1e autorità.  Nei documenti è infatti traccia di una vertenza col commerciante Agostino Vignolo che, importando i bordati da Genova senza pagare l'intero diritto di entrata, arrecava un grosso danno alla fabbrica; una controversia con le Regie Gabelle che non ritenevano di dover accogliere la richiesta del Rogier tendente ad ottenere un'esenzione sul pagamento dei diritti d'entrata della materia prima; di una presa di posizione della segreteria di stato che, nel febbraio del 1846, ordinava all'industriale di riassumere dodici donne che erano state licenziate in seguito all'importazione dallo estero dei bordati già lavorati. Lo stabilimento cessò l'attività nel 1848 per le difficoltà in cui venne a trovarsi in seguito all'abolizione dei privilegi a favore delle industrie isolane.

Oltre ai riflessi sul piano sociale, le due fabbriche di Salvatore Rossi e quella di Luigi Rogier consentirono a Cagliari, e più in generale alla Sardegna, di affacciarsi in prima persona nel settore dei tessuti che, sino ad allora, dipendeva completamente dal continente e dall'estero.

Verso la metà del secolo scorso, la popolazione dell'Isola viveva ancora in uno stato di grande arretratezza: la fusione col Piemonte nel novembre 1847, l'estensione alla Sardegna dello Statuto Albertino e la soppressione degli Stamenti e dell'istituto del Viceré, furono provvedimenti importanti ma a carattere squisitamente politico, incapaci, cioè, di per se stessi ad in influire sulla situazione economica.  Il malcontento sfocia in agitazioni da parte dei contadini e in dure denunce da parte di intellettuali e di politici che, sulla stampa, mettono a fuoco le inadempienze del governo nei confronti dell'Isola. Cionondimeno qualcosa si muove e, man mano che ci si avvicina al nuovo secolo si nota un certo risveglio che si traduce nella nascita di numerose imprese industriali le quali, a loro volta, determinano una certa elevazione del tenore di vita e consentono alla Sardegna di sganciarsi, almeno in parte, dalla tradizionale sudditanza delle importazioni.

Epicentro di questa ventata ai novità è Cagliari dove, come vedremo, si affermeranno la metallurgia, l'industria molitoria e delle paste alimentari, le concerie, la lavorazione del legno e del ferro, l'industria vinicola.

 

 

 

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