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"Le Ceramiche"

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Cagliari ..un tuffo nel passato

 

 

"L'Unione Sarda" del 29 agosto 1892 scriveva: «Già prima delle 7,30 la sala del Teatro era affollata e la massima animazione vi regnava... Il banchetto incominciò verso le 9 e si protrasse sino a  circa la mezzanotte in mezzo alla più viva animazione.

Questo banchetto - tenutosi due giorni prima al Teatro Civico e che qualcuno si affrettò a definire "geniale" - costituisce il mento più significativo della campagna propagandistica svolta da Antonio Ponsiglioni in vista delle elezioni del successivo 5 novembre.  Il che non deve stupire in quanto, nella seconda metà del secolo scorso, l'accreditamento del candidato presso il corpo eletto avveniva, proprio, attraverso pantagrueliche mangiate, seguite dall'immancabile discorso, cui prendevano parte quelli che, oggi, comunemente, vengono chiamati galoppini.  Ponsiglioni non poteva sfuggire alla regola; pertanto, i suoi sostenitori si dettero convegno nel tempio cittadino della lirica per partecipare alla libagione ed ascoltare le parole dell'uomo che intendevano mandare alla Camera. Ma. chi era questo Antonio Ponsiglioni che si presentava al giudizio degli elettori sardi?  Oggigiorno, tra il grande pubblico, il suo nome dice poco; a conoscerlo sono soltanto gli specialisti di storia sarda.  Tuttavia, all'epoca, fu una delle più eminenti personalita’ isolane e raggiunse grande notorietà sia come uomo politico e sia come studioso.

Ponsiglioni era nato a Cagliari l'11 febbraio 1842 da Michele, benestante, e da Lucia Orrù di S. Raimondo, ultimo di sette fratelli; e, nella sua città, aveva compiuto gli studi coronati dal conseguimento della laurea presso la facoltà di Scienze politico-legali, allievo del grande giurista Antioco Loru.  Giovanissimo, con l’amico Francesco Cocco Ortu e l'avv.  Gavino Fara, aveva fondato "La Bussola", un giornale d'opinione cui collaboravano anche Giovanni Battista Tuveri ed i fratelli Felice e Michele Uda.

Il foglio ebbe, però, vita molto breve: sequestrato, una prima volta, pubblicato una lettera di Giuseppe Mazzini e divenuto oggetto di vivacissime polemiche in seguito ad un commento sull'episodio di Aspromonte dovette cessare le pubblicazioni per mancanza di tipografie disposte a stamparlo.  Nel frattempo - siamo ne 1862-1863 - seguendo una prassi comune all'ala più democratica della classe risorgimentale, aderì alla loggia massonica “Vittoria” fondata a Cagliari dal magistrato di origine savoiarda Pietro Francesco Lachenal.

La passione politica era nata in lui precocemente, con gli ideali di patria, libertà, fratellanza che tanto fascino dovevano avere sui giornali del suo tempo.

Ma il tributo del diciottenne Antonio Ponsiglioni alla causa nazionale non doveva limitarsi alla retorica.  Subito dopo, infatti, insieme ad altri giovani, si imbarcava per Palermo per arruolarsi volontario nelle file dei garibaldini che, poi, seguì nelle successive imprese.  Nell'ottobre dello stesso anno partecipò alla battaglia del Volturno che, 22 anni dopo, ricorderà con queste parole: «Permettetemi, o Signori, un ricordo che è il più prezioso della mia vita…., in quelle ore della inebbriante vittoria, e segnatamente in quel momento che mi fu dato incontrare lo guardo di Garibaldi, che passava fra mezzo ai volontari acclamanti come la più splendida visione di gloria e di bontà celeste, che sia mai apparsa a fantasia umana, io tutto dimenticai, io tutta compresi la sublime voluttà del sagrifizio per la patria».

Quando il periodo della lotta armata ebbe termine, Ponsiglioni smise la camicia rossa ma la conservò come preziosa testimonianza di un'epoca di grandi passioni e idealità; e, alla sua morte, il cimelio fu gelosamente custodito dalla vedova unicamente ad un autografo del marito, «ricordo della campagna del 1860-'61 nell'Italia meridionale, questa camicia indossata mentre ero garibaldino in Napoli, ed usata nel giorno della battaglia del 3 ottobre 1860 al Volturno, fu da me smessa in Genova ed affidata al fratello Enrico nel 2 marzo 1865».

Nello stesso tempo, l'attività politica di Ponsiglioni subì un rallentamento, vuoi per gli impegni connessi all'insegnamento vuoi per la situazione generale.  Essendo un esponente della Sinistra, la sua affermazione politica avverrà piú tardi, in seguito alla caduta della Destra Storica.  Candidatosi a Cagliari nelle elezioni del 1876, fu eletto deputato; ma, un voto contrario da lui dato nel 1878 al ministero Zanardelli provocò furibonde reazioni che ne determinarono la bocciatura nelle successive consultazioni; sarà rieletto solo quattordici anni dopo, nel 1890.

Ma torniamo al banchetto.  Nel 1892, Ponsiglioni si ripresenta candidato a Cagliari.  "La Sardegna" di Sassari ce ne offre questo ritratto: «non è ancora cinquantenne; è tarchiato; ha uno sguardo acuto che rivela l'ingegno. Parla poco alla Camera, il che - dopo tanti discorsi inutili che si infliggono al rispettabile pubblico  - non è merito... comune.  Deputato o no, Antonio Ponsiglioni rimane uno dei sardi - e sono forse più di quel che gli spiriti volgari credono - che sono molto stimati al di là del mare».  Ma i suoi avversari non sono di questo avviso e lo attaccano con decisione, accusandolo di assenteismo dal collegio elettorale e contestandogli l'appoggio incondizionato a Crispi sulla politica tributaria e l'opposizione al ministero di Rudinì. Il discorso-fiume, pronunciato in occasione del banchetto al Civico e pubblicato in versione quasi integrale da "L'Unione Sarda" del 29 agosto, rivela l'esigenza di rintuzzare, punto per punto, le pesanti critiche.  Rievocati gli avvenimenti e le scelte da lui operate, Ponsiglioni rivendica la sua coerenza di uomo e di politico: «d'altronde io, uomo di sinistra, dovevo votare contro Crispi, mentre la destra di sollevava contro di lui? E votai per lui obbedendo innanzi tutto alla mia coscienza e nella certezza altresi’ di rispettare la volontà degli elettori che pochi mesi m’avevano dato il suffragio sotto gli auspici del nome di Crispi. Quanto al programma, reputa necessaria una riforma del sistema tributario che corregga l'iniqua distribuzione delle imposte si dichiara contrario all'estensione della politica coloniale: «finché l'isola nostra non sia tolta alla miseria e all'abbandono in cui trova, è un delitto; è un'onta che i denari dei contribuenti italiani si profondano e di disperdano in terre lontane e inospitali.

Che se a taluno parrà di poter contestare il fatto col pretesto del decoro nazionale, gli si chieda qual decoro possa vantar l'Italia mentre lascia deserte e incolte le sue province più benemerite».  L'oratore concludeva il discorso con la frase: «Viva l'Italia' il cui bene è inseparabile dal bene della Sardegna, viva la Sardegna redenta economicamente... ».

Ma, alle urne, non gli arrise il successo sperato; la debacle gli costò l'uscita dalla vita politica che sarebbe stata definitiva se nel 1901, Vittorio Emanuele III non l'avesse nominato senatore del Regno.  Ponsiglioni aveva, oramai, raggiunto i sessant'anni e ricopriva la prestigiosa carica di rettore dell'Università di Genova dove si era svolta buona parte della sua brillante carriera accademica, precoce almeno quanto la passione politica.  

 

 Ritratto di Antonio Ponsiglioni

 

Già nel 1864, appena ventiduenne, aveva concorso all'Università di Catania per la cattedra di Economia Politica, presentando una monografia dal titolo "Lavoro e Scambio" che fu molto apprezzata dalla commissione e gli consentì di piazzarsi a pari merito con Maiorana Calatabiano, economista affermato, cui fu assegnata la cattedra.

L'anno dopo prese servizio presso l'Ateneo di Siena dove insegnò Diritto romano e, successivamente, Economia politica. E’ pure di questo periodo il bel discorso ai laureati di Siena del 1867 in cui, facendo il punto sulle esigenze dell'Italia unita, mette al primo posto il risorgimento scientifico e morale, affidato a quei giovani che credano profondamente nella verità e nella scienza.  Seguono alcune "letture" che l'editore Treves stamperà nella colonna settimanale "La scienza del popolo " con titoli accattivanti quali "Il banchetto della vita ", 'Istruzione e temperanza ", "Il giuoco del lotto ", "L'avvenire dell'operaio ", "La fisiologia del credito ". Nelle ultime due, ancora pone l'accento sui problemi del lavoro libero e della libera circolazione dei capitali, garanzie di una giustizia sociale che avrebbe comportato la «redenzione di ogni classe sociale dalla schiavitù dei bisogni più permanenti e più inesorabili della vita».  Questa la ricetta per raggiungere l'ambizioso obiettivo: drastica diminuzione delle imposte anche per le aziende, eliminazione di vincoli e monopoli, riduzione della burocrazia.

Nel 1875, Ponsiglioni fu chiamato a Genova come successore del senatore Gerolamo Boccardo nella cattedra di Economia Politica.  E, nel capoluogo ligure, sua patria d'adozione, si fermerà per il resto della sua vita.  Qui si sposerà con Anna Secondi; qui nasceranno i suoi due figli, Giorgio e Maria; qui si affermerà definitivamente in campo accademico.  Fu, infatti, preside della facoltà di Giurisprudenza per dieci anni e, per sei, rettore.  A Genova si affermò anche nella professione forense (civile e penale) e come oratore, tanto che la "Società delle letture e conversazioni scientifiche" lo elesse ripetutamente presidente e gli conferì l'incarico di commemorare Garibaldi e Mazzini. A proposito del suo eloquio, il già citato "La Sardegna" rilevava: «Antonio Ponsighoni è oratore elegante; la sua voce è talvolta un po' stridula, ma l'uditore resta  incatenato dalla profondità dei concetti, dalla frase incisiva e corretta.

Morì a Quinto al mare all'alba del 14 marzo 1907 e fu seppellito nel cimitero di Staglieno.  Il giornale genovese “Caffaro” cosi’ si espresse: «Con Antonio Ponsiglioni scompare un di scienziato severo,

di maestro affettuoso e zelante.  Depongono oggi sulla bara il fiore del più grato ricordo centinaia di giovani giuristi che dalla sua bocca appresero a studiare con coscienza, a  vivere il sacro ideale di una patria spiritualmente dominatrice». Che cosa significasse per lui il termine "patria " lo lasciamo alle sue stesse parole che rappresentano anche la sintesi del suo pensiero politico e scientifico: «Qual'è dunque la patria che noi vogliamo?  Essa e’ l'Italia degl'Italiani, che alfine prende posto nel mondo delle nazioni, giusta la famosa espressione di Vico. E’ l'Italia che comprende i nuovi tempi, e non si pasce di vane metafisiche astrazioni; che alla piú forte unità politica vuol congiunta la più ampia liberta’ interna; la libertà che è si cara, e per la quale ben si rifiuta la vita da' migliori cittadini, quando è ordinata, feconda e indefinitivamente svolgentesi per l'azione benefica del progresso. E’ l'Italia che nelle leggi e nelle istituzioni né rompe ogni gloriosa tradizione passato per cupidigia di subiti ed effimeri innovamenti, né rinnega l'avvenire per cieca idolatria di epoche oramai spente. E’ l'Italia della nazione e delle più larghe franchigie municipali, della scienza e dell'arte, dell'agricoltura, della navigazione, del libero commercio, della libera industria. E’ l'Italia investigatrice di ogni regione del pensiero, che depone le vecchie spoglie de' pregiudizi religiosi, senza abbandonarsi alle lusinghe di uno sterile e volgare scetticismo. E’ l'Italia della famiglia, de' costumi rigenerati, della virtu’ adorata. E’ l'Italia della pace operosa e della fratellanza umanitaria, che non aspira più a farsi temere ed esecrare dagli altri popoli, ma che porge soccorrevole la mano a quanti vogliono seguirla nella via della civiltà. E’ l'Italia senza odii e senza vendette, che è generosa abbastanza per obliare le durate oppressioni, e abbastanza forte per mantenere agli antichi nemici la promessa fatta ne' giorni dell'infortunio: "Passate l'Alpi e tornerem, fratelli!" Ecco la patria, come la intende il secolo XIX, ecco l'avvenire cjìhe dobbiamo apparecchiare al nostro paese».

Ponsiglioni non fu, dunque, un ideologo ma piuttosto un fedele interprete della temperie del Risorgimento e della societa’ liberale - cui, come abbiamo visto, aveva dato il suo personale contributo - nella quale riponeva la massima fiducia.  In lui sono assenti folgoranti intuizioni così come idee nuove circa l'avvenire della Sardegna: lo sviluppo del Paese e dell'isola dovevano necessariamente passare attraverso l'applicazione di quei principi di liberta’ politica ed economica e di sano spirito nazionale che avevano fatto da base al processo unitario.

Da qui la cieca fede in un sistema che, di lì a poco, avrebbe subito tremendi scossoni a causa dell'acuirsi del problema sociale e dell'irrompere delle masse nella scena del mondo. Ma, questi fenomeni Ponsiglioni non poteva certo prevederli. Per uomini come lui, ciò che contava erano la creazione del Regno d'Italia e l’affermazione della libertà come metodo per reggere la società civile; tutto il resto, dalla crescita economica e culturale alla giustizia sociale, sarebbe venuto a tappe, senza traumi e senza rivoluzioni. Cosicché, Ponsiglioni può essere assunto a modello di una certa categoria di intellettuali dell'Ottocento.  Ma, come abbiamo visto, il personaggio merita anche d'essere ricordato per l'elevato impegno profuso negli studi, i non comuni risultati conseguiti in campo professionale ed una vita specchiata, ispirata ai più rigorosi principi morali..

 

 

 

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