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ARTIGIANATO

 

"Le Ceramiche"

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Il lido anni Trenta

Immagini di una citta' che non c'e' piu' ....

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Cagliari ..un tuffo nel passato

 

 

Armato di doppietta, il cacciatore si aggira guardingo nella fitta vegetazione che ricopre le colline della zona di S. Barbara, immediatamente sopra Capoterra. All’improvviso, la sua attenzione e’ attratta da un motivo musicale che si perde tra lecci e querce. L’uomo si ferma incredulo e tende l’orecchio. E’ proprio cosi’: un complessino esegue una sonata di Mozart che, come per un sortilegio, ha il potere di diffondere, in quell’ambiente aspro e popolato di animali, un’atmosfera da salotto. Siamo ai primi del Novecento quando la moda impone alle fanciulle della borghesia d’imparare a strimpellare uno strumento per deliziare, con le loro stonature, parenti ed amici.La piazza della borgata a fine Ottocento

Sono le figlie dell’Ing. Enrico Devoto, un personaggio molto noto nella Cagliari tra i due secoli, che, disponendo di un mare di quattrini, si e’ preso lo sfizio di costruire nei pressi della miniera di ferro S. Leone, dove lavorava, una sontuosa villa dove, lasciata la casa cittadina ubicata in via Roma, trascorre, con la famiglia, i mesi da novembre a Pasqua. Regina della villa e’ la moglie Virginia Cao di San Marco, che, col piglio di un’antica castellana, governa le domestiche, grembiule e crestina in testa, eternamente impegnate a spolverare mobili d’epoca e preziosi servizi d’argento. Dalle pieghe del romaticismo ottocentesco e’ scaturito il gusto dei viaggi e, con esso, delle vacanze; chi puo’, se le prende, e per il persistere dell’attaccamento ai valori della madre terra, sceglie la campagna: paesini ridenti e amene localita’ di mezza collina. I Cagliaritano con molti sesterzi danno vita alle borgate di S. Gregorio e S. Barbara: la prima, a oriente; la seconda, a occidente della citta’. L’esempio dei Devoto e’ contagioso; altri si mettono sulla loro scia e costruiscono a S. Barbara case piu’ o meno belle. Si gettano cosi’ le basi del villaggio che, nei decenni successivi, accrescera’ le sue dimensioni ed acquistera’ il tono d’una residenza esclusiva per gente bene. Poi, dopo il conflitto 1940-45, in conseguenza del mutare delle abitudini, un crollo verticale: poco alla volta, la maggioranza dei proprietari abbandonava le case che cadeva in rovina, vittime delle intemperie e del sistematico assalto dei vandali. Oggi, visitando la borgat, si prova una stretta al cuore; la fisionomia e’ quella degli insediamenti a bocca di miniera lasciata in balia di se stessa, per esaurimento del filone o le cessate convenienze a coltivarla, e le poche abitazioni ancora in piedi e frequentate non compensano il volume delle distruzioni. Nelle colline di Capoterra si e’ chiusa una pagina che ha stretti legami con la vita di Cagliari nell’ultimo secolo. Eppure, sfasciume e disordine non impediscono di leggere le tracce d’una stagione dorata quando nelle borgate soggiornava, per vari mesi all’anno, una folta rappresentanza della “haute” cittadina. Il tempo ha cancellato i segni tangibili ma non il ricordo d’un passato che inizia con la “belle epoque” e si conclude negli anni Cinquanta del nostro secolo. S. Barbara dista da Cagliari appena una quindicina di chilometri; tuttavia, esercita un grande fascino per via del fittissimo manto verde, il gorgoglio del ruscello, la freschezza dell’aria, il profumo delle essenze e la presenza di numerosi animali tra i quali lo splendido “cervus elaphus corsicanus” e richiama anche per la forza della tradizione religiosa che dura da secoli e circonda il luogo d’una particolare atmosfera.

Tutto ruota attorno alla leggenda secondo cui, in questa collina, si consumo’ il martirio di S. Barbara vissuta a Cagliari nel III secolo d.C. e condannata a morte dal preside romano in quanto cristiana. La sua esecuzione, pero’, non sarebbe avvenuta in citta’ ma nella montagna sopra l’attuale Capoterra. Alla giovinetta fu reciso il capo; per questo si parla di S. Barbara “decollata (scabizzada)”; e “Sa scabizzada “ venne chiamata la sorgente che sarebbe sgorgatanel luogo del martirio. Il racconto rieccheggia la storia di S. Barbara di Nicomedia; tuttavia la gente ci fa poco caso e compie devoti pellegrinaggi a “Sa scabizzada” dove, piu’ tardi, verra’ costruita una cappellina che esiste ancora oggi. L’arrivo degli eremiti accentua il carattere sacro della collina; uno di essi, chiamato Gallo e futuro arcivescovo di Cagliari, assume l’iniziativa di erigere, a poche decine di metri da “Sa scabizzada”, una chiesetta in stile romanico che diventa centro permanente di manifestazioni in onore di S. Barbara. Nel Seicento, il tempietto subisce le prime modifiche e, tutt’attorno, si sviluppa un complesso di piccolo edifici – il classico “muristeni” della tradizione isolana – destinati ad ospitare i fedeli che si recano nel poggio in occasione della ricorrenza del martirio. Nel Settecento, ad opera della Confraternita di S. Barbara costituitasi, nel frattempo, a Capoterra, la chiesa viene ampliata e trasformata ed acquista la fisionomia attuale. Puo’ avanti, sulle rovine del “muristeni”, si costruiscono alcune case che possiamo considerare come le dirette antenate della borgata sorta nella seconda meta’ del secolo scorso. Di una di queste ci rimane una lapide che, attualmente, si trova nel muro di cinta della villa “Sa taccula”, del Dr. Francesco Larco; vi si legge: <<Opera fatta dal maestro Masala Sotgiu essendo Presidente di S. Barabara  -  il portale lo diede l’Ill.mo signor Antonio Don Angelo Viale 1803>>. Come gia’ detto, pioniere del nuovo corso e’ l’Ing. Devoto che, realizzato un ampio terrapieno, vi erige una bellissima villa; inoltre, acquista una proprieta’ di 75 ettari e ne sfruttala fetta piu’ vicina all’abitazione, per impiantare un orto ed un giardino ricco soprattutto di aranci ma dove si trovano anche mandorli, carrubi, olivastri, filari di fichi d’India, agavi, palme nane e fiori selvatici.

L’esempio trascina ed ecco che, a S. Barbara, mettono le tende altri cagliaritani: ai lati e di fronte alla chiesetta sorgono nuove case e, nel giro di pochi anni, nasce la borgata.  A costruire sono Giulia Ravot, Efisio Marcialis, Francesco Pani, Pasquale Imeroni ed Enrico Pabis, un commerciante di legnami che, nella zona, possiede un’estensione di ben 300 ettari dove da’ vita ad una grande fattoria. Della partita e’ anche Elisabetta Pastore che, nella tradizione orale cittadina, ha un posto preciso come “madama Bolla”. Torinese di origine (ecco il perche’ dell’attributo “madama”), unitamente al marito Giovanni Bolla, gestisce in via Manno un avviatissimo negozio; religiosissima, intrattiene rapporti con la chiesa di S. Caterina e con quella di S. Efisio, dato che la sua famiglia ha il privilegio di custodire i paramenti del santo e di “vestirlo” prima della partenza per Nora. Generosissima, assiste molti poveri,; ma, nel commercio, e’ un rigido assertore del prezzo fisso; e, se proprio deve concedere uno sconto, lo fa di mala voglia ed in misura cosi’ contenuta da indurre il cliente a pronunciare la fatidica frase “su sforz’e madama Bolla”, entrata di peso nel bagaglio dei modi di dire cagliaritani.

Le signore passano le ore intessendo interminabili pettegolezzi su vicende  e personaggi della citta’; i signori imbracciano la doppietta e partono all’attacco della selvaggina. La cadenza della vita e’, pero’, sempre la stessa ed i giovani, dopo la sfuriata dei primi giorni, rimpiangono le passeggiate in via Roma, nel corso Vittorio Emanuele e nel bastione di S. Remy che offrono maggiori possibilita’ di contatto con l’altro sesso. In occasione della festa di S. Barbara, la borgata si anima per il sopraggiungere di numerosi paesani; sono fedeli di Capoterra che, cantando i “goccius” hanno seguito la processione del simulacro ritto su una portantina, dalla parrocchiale del paese alla chiesetta in collina. Quella di S. Barbara sara’ anche una leggenda; ma, veder quella statua – alta una settantina di centimetri, tunica verde, sul collo la ferita del martirio – provoca sempre un’intensa commozione. Gli anni scorrono veloci; tuttavia, il fascino della localita’ si mantiene intatto e le case crescono di numero. Una veduta della borgata affacciata sullo spettacoloso scenario del Golfo degli AngeliQualcuno dei signoroni della fase iniziale non esiste piu’ (“madama Bolla” e l’ing. Enrico Devoto sono morti, nel 1911 e nel 1916); al loro posto, subentrano generi, nuore, nipoti e nuovi gruppi familiari. Villeggiare a S. Barbara continua ad avere il valore di uno status symbol. Uno sviluppo favorito dal diffondersi dell’automobile che consente ad alcuni di raggiungere la borgata senza i fastidi del carro a trazione animale. Il fenomeno si ripercuote su S. Barbara che, ora, viene frequentata da gruppi di amici dei residenti; automaticamente, pur conservando il tradizionale carattere del “buen retiro”, la borgata si lega piu’ strettamente alla citta’. I passatempi sono sempre gli stessi. In testa, la caccia, per cui S. Barbara e’ giustamente celebre. In occasione della ricorrenza di S. Barbara, la borgata vive una giornata di baldoria che accomuna residenti e popolani; il personaggio principale e’ il marito della terza figlia dell’ing. Devoto, tale Adimari D’Aquila che, dotato di abbondanti mezzi finanziari, organizza un pranzo all’aperto per i poveri; ed un secondo pranzo in casa sua, ricco di pietanze prelibate, riservato ad amici e grossi papaveri della politica e della burocrazia di Cagliari. Uno degli ultimi episodi degni di nota prima del completo abbandono della borgata da parte degli abitanti abituali cagliaritani e’ la celebrazione del matrimonio di un nipote dell’ing. Devoto a cui prendono parte tutti gli abitanti della borgata seguito da un sontuoso banchetto. Dopo di che’, molte abitazioni vengono chiuse e, prive di manutenzione, prendono a decadere. All’inizio degli anni Sessanta, la strada viene sistemata per iniziativa d’un consorzio tra il Comune di Capoterra ed un gruppetto di proprietari che non intendono rassegnarsi, ma neanche questo riporta all’antico splendore la borgata.

Emblema di questo decadimento e’ villa Devoto la cui struttura muraria, dipinta in marroncino tenero, e’ sopravvissuta alla distruzione e offre tracce del suo rango di dimora signorile: grandi balconi con ringhiere in ferro battuto; conchiglie e motivi floreali sopra l’architrave delle finestre; nelle pareti interne, disegni geometrici ed affreschi che, per quanto ingenui, denotano il tentativo d’una ricerca decorativa. Purtroppo, da anni, anche questa villa e’ abbandonata, in seguito al mancato accordo tra gli eredi di Virginia Cao di S. Marco. Cosicche’, approfittando della totale assenza di serramenti, i vandali se ne sono impossessati, assoggettando i vani ad una sistematica demolizione e ricoprendoli con una miriade di scritte intonate alla piu’ incredibile stupidita’.  Il piano regolatore di Capoterra, operante dal 1981, ha vincolato la borgata e le colline circostanti al fine d’impedire ulteriori alterazioni; S. Barbara puo’ rinascere nella speranza di poter riconciliare il rigoroso rispetto dell’ambiente con le esigenze della fruizione. Chissa’ che , auspice la martire “scabizzada” non riesca a riannodare un legame tra Cagliari e le montagne di Capoterra !

 

 

 

 

 

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