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ARTIGIANATO

 

"Le Ceramiche"

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Cagliari ..un tuffo nel passato

 

 

Sembra la trama di un romanzo che procede per colpi di scena; invece è il riassunto di una vita. Nel movimentato panorama che raccoglie vicende dei cantanti lirici sardi, la biografia di Luigi Saccomanno costituisce un caso a sé.  Nella sua storia dapprima di tenore dilettante, improvvisamente salito agli onori della cronaca, poi di professionista rinomato nell'imprevedibile ruolo di baritono, la beffa è una costante che marchia gli episodi salienti nella carriera di quest'artista isolano, oggi quasi del tutto sconosciuto. Saccomanno nacque a Cagliari nel novembre del 1825.  Nella città di trentamila abitanti, il padre era uno di quegli artigiani galantuomini conosciuto e benvoluto da tutti.  Maistu Saccumannu, alto, secco, povero in canna, tagliava e cuciva tutto il giorno. Luigi si era procurato un impiego sicuro come assistente ai lavori di costruzione della "Carlo Felice" che doveva congiungere Cagliari a Sassari. Ma quest'occupazione non gli piaceva.  L'entusiasmo per la realizzazione della strada reale lo sfiorava appena, pietre e piccone gli davano un senso di nausea.  Lo ammaliava il canto ed a teatro andava ogni volta che poteva, coltivando una passione che gli era esplosa sin da bambino.  Adolescente, aveva visto il vecchio teatro Regio trasformarsi in teatro "Civico" e diventare, arabescato di stucchi e dorature, il luogo per eccellenza in cui si celebravano i fasti del potere piemontese nell'isola. Cominciò a frequentare la scuola di musica e canto che Nicolò Oneto aveva aperto a Cagliari, nella sua abitazione di via S. Giovanni.  Al maestro palermitano, già direttore della Cappella Civica di Alghero e, dal 1838, della Cappella e dell'orchestra civica del capoluogo, il guadagno non interessava.  I suoi corsi erano, infatti, gratuiti e potevano accedervi giovani di ogni ceto.  Accanto ai rampolli per i quali l'educazione musicale era solo un vezzo distintivo imposto dalle famiglie facoltose, si formarono con serietà ai suoi insegnamenti tanti altri giovani che avrebbero poi animato la vita musicale cittadina: Giacomo Federici, pianista e compositore, Giovanni Pillittu autore di molti ballabili, Francesco Carta, primo violino dell'orchestra municipale, Nicolò Mazio, prima cornetta nella banda civica di Sassari, Carlo Marini, ingegnere e quindi insegnante in quella stessa scuola. Anche Eugenio Frongia, applaudito baritono di tante stagioni al teatro "Civico", fu assiduo frequentatore della casa di via S. Giovanni.  Per lui, il maestro ebbe una sollecitudine particolare: alfine di preparare al giovinetto quattordicenne un esordio conveniente, scrisse appositamente una pagina musicale.  E la stessa affettuosa premura Oneto dimostrò per il giovane Saccomanno che nelle lezioni di canto trovava l'unica occasione di svago.  Fu lui a scorgere dietro l'umiltà dell'allievo una volontà di ferro.  Sotto la guida di Oneto, la voce naturalmente carezzevole del ragazzo si irrobustiva e si affinava l'intuito che l'avrebbe fatto diventare un artista completo. Nel 1846 arrivò la prima occasione.  L'impresario Vittorio Fogu aveva ingaggiato per la stagione al "Civico" un tenore francese, tale Hautefort, che secondo gli accordi avrebbe dovuto cantare in tutte le opere in cartellone. Ma quando arrivò alla prova dei "Lombardi", sia per gli ostacoli della partitura e sia per la stanchezza accumulata, l'artista d'Oltralpe era già sfiatato.  Non erano certo tempi facili per i risparmiatori di acuti e le pecche di Hautefort vennero puntualmente rilevate.  Il sanguigno tenore non era però disposto a sopportare nessuna contestazione: osò rispondere e i mormorii della platea si trasformarono in insulti feroci.  Ne nacque una rissa. Per il francese si aprirono le porte del carcere di S. Pancrazio e per il desolato impresario si chiusero quelle del teatro. Fu allora che Oneto si giocò la reputazione di maestro, garantendo col suo nome la veloce sostituzione.  Saccomanno imparò in pochissimo tempo la parte ed il vicerè acconsentì alle richieste di Fogu di far riprendere le recite. Quando salì sul palcoscenico, il dilettante cagliaritano poco più che ventenne teneva in mano i fogli dello spartito, non sapeva muoversi, il costume lo impacciava e lo rendeva un po' ridicolo.  Però cantò egregiamente; come da tempo al "Civico " non si sentiva, commentavano gli spettatori.  Chissà in quanti quella sera si resero conto di aver battezzato un nuovo tenore.  Oneto certamente era tra questi.  Ormai i suoi incoraggiamenti avevano sollecitato la caparbia determinazione dell'allievo: Luigi avrebbe abbandonato l'oscuro posto di impiegato ed intrapreso la carriera di cantante lirico.  Continuò a studiare e fece notevoli progressi. Nella stagione 1851 -'52, sempre al "Civico", ecco arrivare la seconda e più importante opportunità.  Era primadonna assoluta Marietta Marinangeli, un soprano che, più volte, aveva mandato in visibilio il pubblico del teatro cagliaritano.  Diva ammaliatrice, per lei erano piovute dai palchetti le galenterie più squisite.  Cantare al suo fianco era un onore che i Cagliaritani amanti dell'opera non ritenevano dovesse spettare al marito, tenore ormai logoro.  Alle prime recite della coppia, un copione di fischi indirizzati non alla cantante ma al malcapitato consorte.  Saccomanno fu invitato a sostituirlo in due opere di Donizetti: "Lucia di Lammermoor" e "Linda di Chamonix" quasi scomparsa la goffaggine dell'esordio, fu perfetto nelle parti mandate a memoria senza incertezze e raccolse grandi ovazioni. Quel successo segnò una svolta.  Deciso a cantare a fianco di artisti di valore non inferiore a quello della Marinangeli, lasciò la Sardegna per presentarsi nei grandi teatri in Italia e all'estero.  Delle prove di quegli anni non sappiamo nulla, tranne la notizia di una trionfale sortita in Spagna. Ma, proprio quando il tenore aveva raggiunto la pienezza dei propri mezzi, ecco la prima beffa. Una grave malattia alle corde vocali lo costrinse dapprima ad un temporaneo allontanamento dalle scene, poi a subire un'operazione.  La voce tenorile non esisteva più, ma, al suo posto, c'era quella di baritono, bella e possente.  Per molti cantanti, un fatto del genere avrebbe rappresentato un colpo mortale; Saccomanno, invece, lo considerò soltanto un momentaneo intralcio.  L'ostinazione era rimasta intatta: visto che non poteva essere un grande tenore, sarebbe stato un grande baritono.

 

 Luigi Saccomanno nelle vesti di "Mefistofele"

 

Reimpostò gli studi ed approfondì il nuovo repertorio.  Qualche anno dopo, nel 1861, era già alla Scala. L'atmosfera che lo accolse non fu delle più favorevoli.  Forse per un’inconfessata diffidenza verso quella carriera sbocciata da un infortunio, gli venne concesso solo il ruolo di secondo baritono.  I detrattori gli rimproveravano di non essere ancora riuscito ad eliminare del tutto un certo impaccio nei movimenti.  Pur ammettendo la straordinarietà del suo canto, si paragonava il suo corpo a quello di un salame.  Perciò sui manifesti niente nome a caratteri cubitali, né alcun altro artifizio che servisse a richiamare l'attenzione su di lui.  Cantò insomma da oscuro artista.  Tuttavia, in quella stagione e nelle altre successive confermò il suo talento.  Oltre alla già citata "Lucia di Lammermoor", "La Cenerentola" di Rossini, "I Masnadieri " e "Macbeth " di Verdi, furono le tappe che segnarono la progressiva ascesa del neo-baritono. Il gran giorno arrivò il 3 marzo 1863, allorché Saccomanno si presentò davanti al pubblico della Scala nei panni di "Mefistofele", protagonista del "Faust " di Gounod.  L'opera del compositore francese non costituiva una novità a Milano dov'era già stata rappresentata, grazie all'impresario Bartolomeo Morelli ma anche per la particolare politica seguita dalla direzione artistica. Infatti, mentre nella maggior parte dei teatri italiani si era soliti giocherellare con l'opera lirica, eseguendo metà partitura ed organizzando lotterie, alla Scala si davano integralmente i titoli di maggiore successo in campo internazionale.  E, tra questi, il "Faust" che, dopo il contestatissimo esordio al Théátre Lyrique di Parigi nel 1859, girava in tutta Europa.  Tradotto in italiano, era approdato trionfalmente alla Scala l' 11 novembre 1862, con Leonilde Moschetti e Giuseppe Morini nelle parti di "Margherita" e "Faust" e Giorgio Atry  in quella di "Mefistofele".  Lo stesso Gounod aveva manifestato il suo entusiasmo per la compagnia e "La Gazzetta Musicale" era stata prodiga di elogi. Il “Faust” ritorno’ in cartellone a distanza di appena quattro mesi e cioe’ quando il ricordo della rappresentazione di novembre era ancora molto vivo e poneva un preciso punto di riferimento. Affrontare il pubblico scaligero con la stessa opera costituiva, pertanto, sotto il profilo psicologico, uno scoglio difficilmente superabile. C'erano, poi, le difficoltà tecniche; in particolare, impauriva, il ruolo di "Mefistofele ". Paolo Medini, il gran basso che faceva parte della compagnia scritturata per la stagione del 1863, si rifiutò.  Non così Saccomanno che accettò subito la pericolosissima parte, senza lasciarsi intimidire dallo scetticismo dei patiti milanesi della lirica che manifestarono un misto d'incredulità e compassione. Per la prima, il teatro era gremitissimo e l'attesa spasmodica: quale sarebbe stata la resa del baritono cagliaritano?  Ma, accanto alla debuttante Antonietta Pozzoni ed a Salvatore Anastasi, Saccomanno sbalordì letteralmente.  Persa ogni esitazione, il suo fu un "Mefistofele" snello ed elegantissimo che si atteggiava in scena mosso da un artista drammatico di prim'ordine.  In una breve nota biografica del cantante sardo apparsa sulla rivista "Vita cagliaritana " nell'aprile del 1900, si legge a proposito di quel debutto: «La sua voce baritonale sonora, limpida, aspretta alcun poco come si conveniva al personaggio, la sillabazione, la pronuncia, nitide, spiccate, incantavano.  Quando poi alla frase "Un bel cavalier" da quella gola privilegiata si sprigionò una meravigliosa scala semitonata che, per due ottave intere, degradava dalle superbe regioni della gamma tenorile alle profondità della voce di basso, l'entusiasmo non ebbe freno». Il successo si ripetè per undici sere, legando indissolubilmente il nome del cantante sardo al personaggio di Gounod.  Dopo quella stagione, il baritono cagliaritano vestì ancora i panni del diavolo sul primo palcoscenico d'Italia, accendendo sempre quella poco indulgente platea. Il "Faust" rimase la sua interpretazione prediletta, ma non la sola.  Sempre alla Scala, Saccomanno cantò nella “Favorita” accanto alla celebre Isabella Galletti, “la cantante del cuore”, come la critica amava definirla per le sue commosse interpretazioni.  Le undici repliche filate, a teatro completo, sono testimonianza del pieno successo raggiunto.  Solo con "Bianca degli Albizzi" la sua fama cominciò ad appannarsi e l'opera fu ripetuta solo tre volte. Da quel momento, la sua vita è una discesa precipitosa.  Saccomanno era riuscito ad ottenere un contratto lucroso a Parigi, ma affiorarono improvvise demoralizzanti stanchezze che lo convinsero a rinunciare.  Diradò gli altri impegni, sino al silenzio.  Nel 1867 tornò a Cagliari, devastato da una precoce vecchiaia che lo condannò a vivere in solitudine.  Morì il 13 dicembre 1871, appena quarantaseienne.  Inutile cercare nel cimitero di Bonaria la tomba di Luigi Saccomanno.  Nel registro delle sepolture, si legge che la sua salma trovò posto in un campo comune, il settore dei poveri.  La legge cimiteriale vuole che solo i monumenti funerari vengano risparmiati alle esigenze della rotazione.  Anche per questo, il nome dell'illustre artista è finito nel dimenticatoio...

 

 

 

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